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Violante, Vassalli e la verità sul processo accusatorio

Biagio Marzo.

Luciano Violante, cui difficilmente non si può non riconoscere una formazione giuridica di alto rango, ritorna metaforicamente sul luogo del delitto. Lo fa mettendo in discussione la riforma della separazione delle carriere e, soprattutto, negando che Giuliano Vassalli abbia mai sostenuto il passaggio al processo accusatorio e la necessità di distinguere nettamente le funzioni tra giudice e pubblico ministero. La ricostruzione storica racconta tutt’altra vicenda. Il nuovo Codice di procedura penale nacque infatti da una legge delega del Parlamento che affidò il lavoro preparatorio a un Comitato istituito presso il Ministero di Grazia e Giustizia, in via Arenula, presieduto da Gian Domenico Pisapia.

L’obiettivo era chiaro: superare l’impianto inquisitorio di derivazione medievale-napoleonica e introdurre un sistema di tipo accusatorio di tipo anglosassone, fondato sul contraddittorio tra le parti. Fu lo stesso Vassalli a chiarire che un autentico processo accusatorio non poteva dirsi pienamente realizzato finché giudice e pubblico ministero continuavano a condividere lo stesso percorso ordinamentale. Il nuovo Codice entrò in vigore il 24 ottobre 1989, segnando una svolta nel sistema processuale italiano. Solo qualche anno dopo, con il governo D’Alema, il Parlamento approvò quasi all’unanimità la modifica dell’articolo 111 della Costituzione, consacrando il principio del “giusto processo”: regolato dalla legge, nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale. Eppure oggi, nel pieno dello scontro politico sulla riforma della separazione delle carriere, la figura di Vassalli viene trascinata da una parte all’altra del campo di battaglia. C’è chi sostiene che il ministro socialista non fosse favorevole alla separazione e chi, al contrario, ricorda come la logica stessa del processo accusatorio renda quella separazione coerente e quasi inevitabile. Nel tentativo di riscrivere questa storia si sono inserite anche ricostruzioni fantasiose.

Il giornalista Franco Fracassi, ad esempio, ha sollevato dubbi sulla genesi del Codice Vassalli, arrivando a collegarlo al cosiddetto “Piano di Rinascita Democratica” di Licio Gelli. Una tesi che ignora non solo il contesto storico e istituzionale in cui maturò la riforma, ma anche la figura stessa di Vassalli: giurista di primo piano, allievo di maestri come i fratelli Rocco, ma soprattutto uomo che pagò personalmente la sua opposizione al fascismo, arrestato dalla Gestapo e torturato nella famigerata via Tasso senza mai tradire i compagni della Resistenza romana. Vale allora la pena ricordare un fatto documentato. L’intervista rilasciata da Vassalli il 19 giugno 1987 al Financial Times, in sintesi, esiste realmente. Per intera fu pubblicata sulla rivista Diritto di Difesa dell’Unione Camere Penali Italiane. Il giornalista che la raccolse, Torquil Dick-Erickson, conserva ancora la ricevuta del pagamento per quel servizio. Eppure c’è chi, da ambienti giornalistici e accademici, ha persino messo in dubbio l’esistenza dell’autore dell’intervista. Un modo curioso di affrontare i documenti quando questi disturbano narrazioni consolidate. In quell’intervista Vassalli osservava che in Italia il potere giudiziario aveva assunto un peso soverchiante rispetto a quello legislativo, tanto da produrre — parole sue — una sorta di sovranità popolare limitata dall’espansione del potere giudiziario, fenomeno che ricordava alcune esperienze dell’Europa dell’Est. Allora sotto il dominio sovietico. Quanto all’altra preoccupazione espressa da Violante — quella di un pubblico ministero che diventerebbe troppo forte con la riforma — il timore appare singolare. Il pubblico ministero, nel sistema attuale, dispone già di un potere considerevole: dirige la polizia giudiziaria, esercita l’azione penale ed è parte integrante dell’ordine giudiziario. La riforma della separazione delle carriere non ne riduce né ne altera le funzioni. Al massimo ridefinisce il quadro istituzionale entro cui queste funzioni si collocano. Il resto dell’intervista di Violante appartiene più al terreno delle opinioni che a quello della ricostruzione storica. Ma quando si parla di Giuliano Vassalli e delle origini del processo accusatorio in Italia, sarebbe opportuno attenersi ai fatti. I documenti esistono, e raccontano una storia molto diversa da quella che oggi qualcuno prova a rimaneggiare.

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