Venti di guerra sul Golfo, Trump invia un’imponente flotta contro l’Iran
Ariel Piccini Warschauer.
Il braccio di ferro tra Washington e Teheran raggiunge un nuovo picco di tensione. Di ritorno dal World Economic Forum di Davos, a bordo dell’Air Force One, Donald Trump ha rotto gli indugi annunciando il dispiegamento di una “imponente flotta” statunitense verso il Medio Oriente. Un messaggio chiaro, muscolare, indirizzato direttamente ai mullah di Teheran: l’America osserva, è pronta, ma — fedele alla dottrina del “colpire per non dover combattere” — preferirebbe non dover premere il grilletto senza un valido motivo.
La flotta di Trump: “Siamo pronti a ogni evenienza”
“Abbiamo molte navi che vanno in quella direzione, per ogni evenienza”, ha dichiarato il Presidente statunitense. “Preferirei non vedere accadere nulla, ma stiamo monitorando la situazione molto attentamente”. Il cuore della spedizione è la portaerei USS Abraham Lincoln, scortata da diversi cacciatorpediniere lanciamissili.
L’obiettivo strategico è duplice: da un lato, impedire che l’Iran possa compiere passi falsi contro gli alleati regionali o gli interessi americani nella zona. Dall’altro, sono in fase di dispiegamento ulteriori sistemi di difesa per blindare le basi americane e israeliane, possibili bersagli di una rappresaglia di Teheran.
Anche Londra schiera i Typhoon
Non solo Washington. Anche il Regno Unito ha deciso di alzare la guardia. Su richiesta esplicita di Doha, Londra ha inviato in Qatar i jet Eurofighter Typhoon della RAF (12esimo Squadrone). Una mossa che cementa l’asse alleato nel Golfo e lancia un segnale di unità transatlantica: la sicurezza delle rotte energetiche e la stabilità dell’area non sono negoziabili e verranno garantite da Londra e Washington costi quello che costi.
Il rebus del “Regime Change”
Nonostante i proclami e le promesse di “aiuti in arrivo” ai dissidenti, Trump sta mantenendo una linea di moderata prudenza. Il motivo? Dietro le quinte, il tycoon avrebbe espresso insoddisfazione per la mancanza di un piano militare “decisivo” che possa garantire un cambio di regime a Teheran senza trascinare gli USA in un nuovo pantano mediorientale. A pesare sono anche le pressioni degli alleati arabi del Golfo, che temono l’onda d’urto di un conflitto aperto con la popolazione sciita all’interno dei propri confini.
Iran: un bagno di sangue silenzioso
Mentre i caccia scaldano i motori, all’interno dell’Iran la situazione è drammatica. Il Sunday Times ha ottenuto un nuovo rapporto dei medici sul campo in Iran secondo cui almeno 16.500 manifestanti sono morti e circa 330 mila sono rimasti feriti durante la repressione delle proteste, definita la più brutale messa in atto dal regime clericale nei suoi 47 anni di esistenza. La maggior parte delle vittime, scrive il quotidiano britannico, aveva meno di 30 anni e i decessi si sarebbero concentrati in due giorni di massacro indiscriminato.
Anche i dati diffusi dall’agenzia HRANA più prudenti, parlano di una repressione feroce: l’agenzia di stampa per il monitoraggio dei diritti umani in Iran traccia un bilancio drammatico: le vittime hanno raggiunto quota 5.002.
Il regime iraniano ha ucciso 4.716 manifestanti nelle strade; 43 bambini hanno perso la vita negli scontri; 18.434 sono gli arresti stimati, con denunce di confessioni estorte sotto tortura e il rischio di impiccagioni pubbliche con l’accusa di “inimicizia contro Dio”.
La crisi umanitaria è aggravata da un blackout di internet che isola ancora il Paese dal resto del mondo, rendendo difficile verificare la reale entità del massacro. Trump lo sa: la flotta serve a ricordare al regime che il mondo guarda, anche quando Teheran prova a spegnere le luci sulla propria ferocia.





