Venti di guerra sul Golfo, gli F-22 atterrano in Israele
Ariel Piccini Warschauer.
Il rombo dei motori Pratt & Whitney F119 ha squarciato il silenzio della sera sopra una base segreta della Israeli Air Force (IAF) nel deserto del Negev. Non è stata una visita di cortesia o una esercitazione militare. L’atterraggio di uno squadrone di F-22 Raptor, il predatore invisibile dei cieli americani, segna il punto di non ritorno in una crisi che sta portando il Medio Oriente sull’orlo di un conflitto aperto.
Mentre i carrelli dei caccia toccavano il suolo israeliano martedì sera, a Washington il Presidente Donald Trump convocava il Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Sul tavolo, un dossier che non lascia spazio a interpretazioni: l’Iran ha ignorato l’ultimo avvertimento di metà febbraio, continuando l’arricchimento dell’uranio e muovendo pedine pericolose nello Stretto di Hormuz. Fonti vicine alla Casa Bianca descrivono un Trump insolitamente silenzioso, intento a pesare tre opzioni che cambierebbero il volto della regione. Se la diplomazia del “New Deal” sembra ormai un lumicino fioco, restano sul tavolo i piani operativi più drastici come l’opzione chirurgica: Un attacco lampo, guidato proprio dagli F-22 e dai droni d’attacco, per neutralizzare i siti nucleari di Natanz e Fordow.
Ma anche l’opzione”Regime Change”: Una campagna di pressione massima, non solo economica ma militare, volta a scardinare le fondamenta del potere dell’IRGC (i Pasdaran). “Il tempo delle parole è scaduto”, avrebbe confidato un alto ufficiale del Pentagono. “La presenza degli F-22 in Israele serve a dire a Teheran che la loro difesa aerea è ormai irrilevante e che siamo pronti a combattere”.
L’arrivo dei caccia stealth non è un evento isolato. Si inserisce in una coreografia bellica che vede le portaerei USS Abraham Lincoln e USS Gerald R. Ford già in posizione nel Mare Arabico. L’intelligence israeliana, nel frattempo, segnala movimenti nervosi dall’altra parte del Golfo: Teheran starebbe accelerando l’acquisto di missili antinave supersonici dalla Cina, un tentativo disperato di blindare le proprie coste.
Nonostante i muscoli mostrati, il Pentagono frena. Molti generali temono che un attacco possa innescare una reazione a catena incontrollabile, con l’ Hezbollah libanese pronto a far piovere missili sul nord di Israele e le milizie sciite in Iraq pronte a colpire le basi USA. Il Ministro degli Esteri iraniano, Araghchi, tenta ancora la carta del dialogo, ma il suo tono è quello di chi sa di avere ormai le spalle al muro: “La pace è possibile, ma non accetteremo minacce sotto la punta di una baionetta”.
Nelle prossime 48 ore si capirà se il dispiegamento degli F-22 è l’ultimo atto di una complessa strategia di deterrenza o il preludio a un’operazione “Shock and Awe” in versione 2026. Per Israele, la presenza americana è una garanzia; per il mondo intero, è il segnale che la polveriera mediorientale ha la miccia corta.


