#CULTURA

Un febbraio denso di fatti e date da ricordare

Roberto Pizzi.

Questo anno il  mese di febbraio sembra interminabile per il maltempo che ci rinchiude in casa  e che acuisce la malinconia per gli eventi e per il ricordo delle date nefaste da ricordare. 

Nel 2009, il 9 febbraio,  un altro dramma  si era aggiunto alle nostre memorie: la data della morte di Eluana Englaro, ossia della liberazione dalla prigionia del suo corpo inerme, reso vegetale in modo irreversibile, dopo una serie di interferenze clericali nell’ordinamento civile del nostro Stato.L’inevitabile epilogo di questa drammatica vicenda  portò già allora a  riflettere su molti aspetti della nostra società. Nella vicenda della povera  Eluana Englaro  la riflessione si concentrò sul diritto alla libertà di pensiero (libertas philosophandi),  che  va sempre garantita a tutti, in virtù di quei valori laici che noi intendiamo come valori di neutralità imparziale, atti ad emancipare le coscienze verso forme di civile convivenza e di rispetto di ogni legittima opinione. Essa consente la coraggiosa  presa d’atto sulla sorte che tutti accomuna, senza distinzione di sesso o di razza o di censo. L’arte di saper vivere bene – insegnava il filosofo Montaigne –  è quella di aver meditato sulla morte, che è meditazione sulla libertà. Perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire. Lo scrittore Giuseppe Prezzolini  insegnava che  il vivere è rischio continuo di morte. In fondo, siamo tutti come minatori che ogni giorno scendono nelle gallerie col timore di non tornare più alla superficie. Vivere è preparazione alla morte e quindi nascere vuol dire star per morire (di lì a qualche ora, a qualche mese, a sei anni, o a cent’anni). La morte, dunque, come la chiave della vita: non soltanto essa è la fine di quest’ultima, ma anche il “fine” della vita. E se  nessuno è volontario della vita, cioè nessuno ha chiesto di vivere – come sosteneva lo stesso scrittore – si richiedeva che almeno fosse lasciata la libertà, senza imposizioni per altri che non condividono queste idee, di decidere se la propria esistenza era degna di continuare ad essere vissuta.

Abbiamo poi menzionato il 10 febbraio 1986, quando fu barbaramente ucciso dalle Brigate Rosse,  Lando Conti che era stato sindaco di Firenze, recentemente ricordato al Caffè delle Giubbe Rosse.  Poi il 16 febbraio del 1926, centenario della morte a Parigi del “padre della Rivoluzione liberale” , Piero Gobetti, che fu causata dalle percosse subite dai fascisti. Anche a questo evento è stato dedicato meritoriamente il recente convegno di Pian dei Giullari, sede della Fondazione Spadolini – Nuova Antologia, al quale hanno partecipato Cosimo Ceccuti,  Paolo Bagnoli, Franco Marinoni e Stefano Bisi di Sfogliamo.eu

Sempre avendo nel cuore e nella mente le violenze perpetrate dai tiranni, avevamo ricordato il 17 febbraio 1600, cioè la data del rogo di Giordano Bruno, martire nolano del Libero Pensiero.

Quest’anno a Napoli, un altro dramma si compie in questi giorni e ha visto una mamma contare le ore a disposizione per la vita del suo piccolo, Domenico, che la medicina non ha saputo curare.Proprio in questi momenti apprendiamo dell’inevitabile conclusione della vicenda il cui epilogo, almeno, è avvenuto senza sofferenza per il bambino le cui origini nolane ci riportano – mutatismutandis – il ricordo  al sopra citato Giordano Bruno.

Non conosciamo nei particolari i risvolti della vicenda, che sarà indagata dalla Magistratura, perappurare le responsabilità. Ci limitiamo ad una riflessione politica, che ci porta a rivendicare con forza la garanzia di una efficiente sistema sanitario in tutta la Penisola, perché è innegabile il gap di qualità che investe la sanità pubblica, privilegiando le regioni del nord Italia a discapito (o demerito) di quelle del Sud, al di là di chi ancora si ostina ad opere di revisionismo storico a favore della dinastia dei Borboni.

​Il caso del piccolo Domenico  ha coinvolto l’opinione pubblica quasi come all’epoca del dramma del giovane Alfredino a Vermicino. In queste ore di angoscia, idealmente ci siamo stretti attorno alla sua eroica mamma. Ormai il fato ha emesso il suo verdetto e ci richiama 

a ritrovare la lucidità per riorganizzare questo Paese dove gli squilibri,  le disuguaglianze crescono a dismisura. È il momento di  richiamare ognuno alla responsabilità del suo ruolo nella società. 

Giacomo Lepoardi, proprio da Napoli, offrì all’umanità il  componimento La Ginestra (1836). In questo testo l’autore indicava, come esempio per l’uomo, questo eroico fiore: cosi come la ginestra sparge il suo profumo, anche se sa che sarà ricoperta dalla lava, cosi gli uomini, di fronte all’ineluttabilità del loro destino, dovrebbero essere solidali tra loro per tentare di arginare il potere della natura.

Offriva, cioè, all’uomo l’alternativa della Fratellanza (e quindi la solidarietà) che doveva nascere dalla compassione (cum patire = condividere gli  stessi dolori), ossia dal sentimento profondo della comune sorte di tutti gli esseri viventi,  che deve portare ad una “costruttiva fraternità dell’umana compagnia”.

Il suo pessimismo indicava come responsabile dell’infelicità umana la natura matrigna. Natura che aveva  creato l’essere umano bramoso di felicità, pur sapendo che tale voglia non poteva mai essere soddisfatta. Tuttavia, a quanto sembra, il dramma del bambino col “cuore ghiacciato” (come lo è metaforicamente il nostro davanti alla tragedia) richiama la responsabilità umana e ci costringe a scomodare un altro padre della nostra letteratura, Alessandro Manzoni, il cui pessimismo, di natura morale, coinvolgeva la responsabilità individuale dell’uomo. La causa dell’infelicità, diceva lo scrittore,  era dell’uomo stesso, che pur comprendendo la malvagità del dolore e del male, finisce spesso per infliggerlo agli altri  a causa del suo egoismo e della sua superficialità.

Un febbraio denso di fatti e date da ricordare

Il cubo bianconero è figlio di padre

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