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Ucciso Ali Larijani, il più importante omicidio dopo la morte di Khamenei

Ariel Piccini Warschauer.

Il colpo è di quelli che spostano l’asse del conflitto. Se le conferme che arrivano dal Mossad e le ammissioni a denti stretti che filtrano dai canali Telegram legati ai Pasdaran troveranno un riscontro definitivo nelle prossime ore, l’Iran si è svegliato senza la sua “mente” politica e senza il braccio operativo della repressione interna. L’eliminazione di Ali Larijani, l’uomo che nelle ultime settimane aveva preso in mano le redini del Paese dopo il declino (o la presunta morte) della Guida Suprema Khamenei, non è solo un successo tattico dell’IDF: è una dichiarazione di guerra totale al cuore del sistema di potere iraniano.

L’operazione nelle tende

L’intelligence israeliana, probabilmente grazie a una “talpa” di alto livello o a un tracciamento elettronico sofisticatissimo, ha individuato il bersaglio non in un bunker fortificato, ma in un complesso di tende improvvisate. Una scelta, quella iraniana, dettata dalla disperazione: abbandonare i centri di comando fissi — ormai diventati trappole mortali sotto il tiro dei caccia con la Stella di Davide — per cercare protezione nella mobilità. Ma il cielo sopra l’Iran è diventato trasparente per i droni e i satelliti di Gerusalemme.

Insieme a Larijani, l’attacco ha polverizzato la leadership dei Basij, la milizia paramilitare che garantisce la sopravvivenza del regime nelle strade. Cadono Gholamreza Soleimani e il suo vice, Seyyed Karishi. È la decapitazione di quella “polizia morale” armata che è il vero collante del controllo sociale a Teheran.

Il vuoto di potere

Larijani non era un bersaglio qualunque. Ex filosofo prestato alle armi, già Speaker del Parlamento e negoziatore nucleare, era l’unico “adulto nella stanza” capace di dialogare con l’Occidente e, contemporaneamente, di tenere uniti i pezzi di un apparato di sicurezza scosso dalle purghe e dalle perdite del giugno 2025. La sua ascesa a “numero due” di fatto, o forse già “numero uno” vista l’eclissi di Mojtaba Khamenei (dato per gravemente ferito), lo rendeva il perno della resistenza iraniana.

Ora, la linea di successione sembra un deserto. Il Presidente Pezeshkian resta una figura di facciata, priva di reale presa sui Pasdaran. Gli occhi sono puntati su Ahmad Vahidi, il nuovo capo dell’IRGC. Vahidi è un veterano, un uomo d’ombra con un passato da Ministro dell’Interno, ma la sua ascesa fulminea — favorita dai vuoti lasciati dai precedenti omicidi mirati — solleva un interrogativo: ha il carisma e il controllo necessari per impedire che il regime imploda sotto il peso delle sue stesse macerie?

La strategia del “domino”

Il messaggio del Mossad farsi su X — “In the end, people without mercy will die” — è il sigillo psicologico su un’operazione che punta al collasso del morale nemico. Israele sta applicando la dottrina della “decapitazione sistematica”: eliminare ogni possibile sostituto prima ancora che possa consolidare il potere.

Senza Larijani, l’Iran perde il suo architetto diplomatico. Senza i vertici dei Basij, perde i suoi mastini. Resta da capire se la reazione di Teheran sarà un ultimo, disperato ruggito o il silenzio di un sistema che sta scoprendo, un pezzo alla volta, di non avere più nessuno a cui dare ordini.

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