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Tutto quello che non torna sul caso Conte-Piantedosi

Biagio Marzo.

È un noir, per come è esploso il caso Claudia Conte, che ha coinvolto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, accusato — dalla giornalista, scrittrice e molto altro ancora — di avere una relazione con lui. Il condizionale è d’obbligo, trattandosi finora più di gossip che di politica a tutto tondo. Matteo Piantedosi, da gentiluomo, ha preferito non proferire verbo sull’affaire. Chiarito tutto con la presidente Meloni e ottenute rassicurazioni, ha incassato la sua solidarietà. Nel frattempo si è chiuso in un riserbo assoluto e, come se nulla fosse accaduto, ha continuato a svolgere il suo incarico di ministro dell’Interno. Al contempo ha dato mandato al suo avvocato di querelare chiunque diffonda notizie false e tendenziose. Per come si è sviluppata la dinamica della vicenda, tutto ha dell’incredibile. Un intermediario — di cui per ora non si conosce l’identità, ma che nella redazione di Radio Atreju Money Talks conoscono bene — avrebbe invitato a indagare sulle voci di una liaison tra il ministro e la giornalista. Fu così inviato all’appuntamento — non quello evocato dal celebre brano di Ornella Vanoni — il giovane e inesperto Marco Gaetani per intervistare la diretta interessata. Se ci atteniamo alla ricostruzione dei fatti, tutto sembrerebbe orchestrato per mettere Claudia Conte nelle condizioni di rispondere alla domanda: «Si vocifera nei salotti…». Una domanda chiaramente sollecitata, verrebbe da dire, per mettere nei guai il ministro dell’Interno, con il rischio di innescare persino una crisi di governo. Per dirla tutta, l’inquilino del Viminale è il ministro più importante dopo il capo del governo. Nella Prima Repubblica, per il suo peso politico e istituzionale, la Democrazia Cristiana non lo cedette mai agli alleati. Nella cosiddetta Seconda Repubblica, invece, quel ministero ha progressivamente perso prestigio, arrivando persino a essere guidato — per due volte, tra il 1994-1995 e il 2008-2011 — dal leghista Roberto Maroni. Epperò, con i ministri tecnici al Viminale, la valenza politica si è affievolita. Non ci vuole molto a capire che l’intera vicenda si muove nell’habitat di Fratelli d’Italia. Non è un caso che il podcaster sia un meloniano di ferro, proveniente da una famiglia fortemente impegnata in politica: la madre assessore nella giunta di destra del sindaco di Lecce Adriana Poli Bortone, i due figli dirigenti giovanili di Fratelli d’Italia, mentre il padre è l’unico estraneo alla militanza, dentista a tempo pieno. Una brutta storia. Lungi da noi avallare il proverbio misogino «chi dice donna dice danno», anche se nel partito di via della Scrofa qualcuno potrebbe essere tentato di pensarlo. Tuttavia i misteri restano: più interrogativi che fatti. E allora la domanda è inevitabile: questa vicenda esiste davvero nei termini raccontati? E, se esiste, c’è forse una mano — o una manina — che ha acceso, per così dire, il fuoco amico? Un fuoco che aveva come obiettivo “bruciare” il ministro dell’Interno e, soprattutto, la presidente del Consiglio. A ben pensarci, il ministro non ha avuto attorno a sé un cordone sanitario, e Fratelli d’Italia ha mostrato un deficit organizzativo preoccupante. Ora si attende che Claudia Conte dica la sua: «Presto racconterò tutto». Una promessa che non lascia dormire sonni tranquilli al governo, ben consapevole che — come insegna Goya — il sonno della ragione genera mostri.

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