Trump stringe l’Iran, il ritorno dell’arte del negoziato
Ariel Piccini Warschauer.
La strategia del bastone e della carota sembra funzionare. Mentre i critici scommettevano sul caos, Donald Trump incassa i primi frutti della sua diplomazia muscolare. “L’Iran vuole fare un accordo”, ha annunciato il Commander-in-Chief dall’Air Force One, diretto come ogni fine settimana verso Mar a Lago. Un messaggio quello del presidente americano, senza fronzoli: Teheran ha capito che con la nuova amministrazione statunitense non si scherza e che restare al tavolo è l’unica alternativa al collasso.
Il “Dream Team” di Trump a Mascate
L’incontro in Oman non è stato una semplice formalità diplomatica. Trump ha inviato i suoi uomini migliori, un mix di fedelissimi e tecnici della sicurezza: l’inviato speciale Steve Witkoff, il genero Jared Kushner (l’uomo che ha già ridisegnato il Medio Oriente con gli Accordi di Abramo) e l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Centcom. Dall’altra parte, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, costretto a confrontarsi con una delegazione che parla il linguaggio della forza e dei risultati.
“Hanno capito che se non chiudono, le conseguenze saranno pesantissime”, ha ringhiato Trump. È il ritorno della Art of the Deal: mettere l’avversario con le spalle al muro per ottenere il massimo risultato col minimo rischio bellico.
Niente atomica, niente sconti
Il punto fermo di Washington resta uno solo: zero nucleare. Se un anno e mezzo fa il regime degli Ayatollah si mostrava intransigente, oggi la musica è cambiata. Trump lo ha sottolineato con la consueta schiettezza: “Sono disposti a fare molto di più rispetto al passato”. L’economia iraniana, piegata dalle sanzioni e dall’isolamento, non può reggere un altro braccio di ferro con una Casa Bianca che non ha paura di usare la leva finanziaria come arma di pressione.
Prossimo round a stretto giro
Non c’è fretta, dicono da Washington, perché il coltello dalla parte del manico ce l’hanno gli Stati Uniti. Tuttavia, i negoziati corrono veloci: un nuovo vertice è già fissato per l’inizio della prossima settimana. L’obiettivo è chiaro: disarmare le ambizioni atomiche di Teheran e stabilizzare un’area dove l’Iran ha agito troppo a lungo come elemento di disturbo attraverso i suoi proxy.
Il sultano dell’Oman, Badr bin Hamad al-Busaidi, ha confermato che i colloqui sono stati “seri e utili”. Ma la verità è che, dopo anni di incertezze, l’America è tornata a fare l’America, dettando le condizioni e costringendo i nemici storici a sedersi a un tavolo che credevano di poter evitare. La partita è aperta, ma il vantaggio di Trump è schiacciante.





