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Trump mette il regime alle strette: accordo o bombe

Ariel Piccini Warschauer.

Il copione è il solito, un mix di fanatismo religioso e minacce da caserma, ma stavolta a Teheran tremano davvero. Il capo di Stato maggiore iraniano, Abdolrahim Mousavi, l’ha sparata grossa: «Se gli Stati Uniti attaccano, nessun americano sarà più al sicuro. Le fiamme bruceranno l’America dall’interno». Parole che sanno di disperazione più che di potenza, pronunciate da chi ha capito che alla Casa Bianca non c’è più un burocrate pronto a perdere del tempo in negoziati sterili, ma un Donald Trump che non ha nessuna intenzione di regalare tempo a chi sta arricchendo l’uranio per fabbricare l’atomica.

Il pugno di ferro di Donald

Mentre i generali iraniani farneticano di “schiaffi di vendetta” e “dottrine offensive”, il Presidente americano risponde con il realismo che lo contraddistingue: quello dei fatti. Da Mar-a-Lago, tra un briefing e l’altro, Trump è stato chiarissimo: «Spero in un accordo, ma se non si trova, vedremo se Khamenei ha ragione a minacciare la guerra». Tradotto dal linguaggio diplomatico a quello della realtà: le navi americane sono lì, a due giorni di navigazione dalle coste iraniane. Un “armada” che non è lì per fare una crociera, ma per ricordare aglu ayatollah che la pazienza di Washington è finita.

Teheran corre ai ripari (in Turchia)

Dietro il fumo delle minacce, però, c’è l’arrosto della paura. L’Iran è alle corde, isolato e con un’economia a pezzi. E così, mentre Mousavi ruggisce in favore di telecamera, il presidente “moderato” (per quanto possa esserlo un uomo del regime) Masoud Pezeshkian ha già dato l’ordine ai suoi di fare le valigie. Destinazione: Ankara.

Nei prossimi giorni, in Turchia, dovrebbe andare in scena l’incontro decisivo. L’inviato di Trump, Steve Witkoff, si siederà al tavolo con gli emissari di Teheran. La mediazione è frenetica: Erdogan fa il padrone di casa, Egitto e Qatar spingono per evitare il botto finale. Gli iraniani dicono di aver rivisto la loro dottrina, ma la verità è che hanno rivisto i loro calcoli: sanno che con Trump non si scherza e che il “volto diverso” dell’Iran, se non firmano, rischia di essere quello di un Paese ridotto in macerie.

L’ultima chance

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, sta intasando le linee telefoniche di mezza regione, da Riad al Cairo, cercando “climi di fiducia”. Ma la fiducia, con chi finanzia il terrore globale, è merce rara. Trump non ha ancora preso una decisione definitiva, lasciando aperta la porta della diplomazia, ma il messaggio è arrivato forte e chiaro: o si smantella il programma nucleare e si smette di incendiare il Medio Oriente, o la parola passerà ai cannoni. Gli ayatollah scelgano bene: il tempo dei proclami è scaduto, quello della resa dei conti è appena iniziato.

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Massimiliano Salvini
Massimiliano Salvini
5 giorni fa

Speriamo bene.