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Il presidente Usa ci ha preso gusto, ora punta sulla Groenlandia

di Biagio Marzo.

Colei che guiderà il Venezuela dopo l’arresto di Nicolás Maduro è la sua vicepresidente, Delcy Rodríguez. Il suo mandato è sine die. Si è aperta così una fase di transizione nella quale l’amministrazione statunitense vigilerà attentamente sull’operato della presidente ad interim. Rodríguez, com’è noto, non è la presidente legittima del Venezuela: solo libere elezioni potranno restituire al Paese una guida riconosciuta sul piano democratico.

Su questo punto è inflessibile il segretario di Stato Usa, Marco Ribio.  Di origine cubana, Rubio è considerato uno degli artefici politici della caduta del regime madurista. Teorico della fine della dittatura venezuelana, lega esplicitamente questo passaggio alla prospettiva di un futuro collasso anche del regime cubano, storicamente sostenuto dall’assistenza economica e politica di Caracas. Un sostegno che Maduro non solo non interruppe, ma rafforzò, accentuando ulteriormente il modello ereditato dal suo predecessore, Hugo Chavez. Chávez, capo della rivoluzione bolivariana, introdusse un culto della personalità che il suo successore portò all’estremo. In un Paese in cui le popolazioni indigene e meticce sono numericamente predominanti rispetto ai bianchi, Chávez rappresentò per molti un riscatto storico e simbolico. Di origini indigene, meticce e ispano-africane, rivendicò sempre con orgoglio le proprie radici. Il passaggio di testimone da Chávez a Maduro conservava, almeno inizialmente, lo stesso significato politico e identitario. Per oltre vent’anni, tuttavia, il Venezuela è stato progressivamente distrutto sul piano economico, sociale, politico e democratico, con la scomparsa delle libertà fondamentali. Chávez iniziò promettendo giustizia sociale, ma costruì un sistema fondato sulla repressione, sulla paura e sul silenzio. Maduro lo ha perfezionato, fino a trasformare uno dei Paesi più ricchi e promettenti del Sud America in una nazione da cui milioni di cittadini sono stati costretti a fuggire.

Migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente per motivi politici. Chi deteneva realmente le chiavi del potere assoluto venezuelano era la moglie di Maduro, Cilia Flores, anch’essa arrestata e condotta a New York. I reati contestati all’ex presidente — corruzione, narcotraffico e traffico di armi — delineano solo in parte la portata delle sue responsabilità. Le colpe più gravi di Maduro sono infatti politiche e strategiche. Sotto la sua guida, il Venezuela è divenuto una sorta di nuova Isla Tortuga: non più rifugio di bucanieri, ma piattaforma di potenze e milizie ostili all’Occidente. Cinesi, russi e iraniani hanno trovato spazio nel Paese, con lo sbarco di uomini dei Pasdaran e di Hezbollah, dediti a traffici opachi e all’acquisizione di vaste porzioni di territorio. Caracas si è così trasformata nel principale avamposto latinoamericano della Repubblica islamica iraniana. Un intreccio di terrorismo, narcotraffico e strategia geopolitica che spiega perché Washington abbia considerato il regime di Maduro una minaccia da sradicare. Teheran e Caracas, jihadismo e madurismo, hanno costituito un asse apertamente ostile agli Stati Uniti e a Israele. Ai cinesi, invece, è sempre interessato soprattutto il petrolio venezuelano, di qualità non eccelsa e soggetto a forti oscillazioni produttive. Da qui un’economia instabile, segnata da cicli alterni.

Il caso Maduro, peraltro, non rappresenta un unicum nella storia recente dell’America Latina: un precedente emblematico fu il sequestro dell’ex presidente panamense Manuel Noriega. Dal Venezuela alla Groenlandia, il passo sembra breve. Come dire: Donald Trump ci ha preso gusto. Per la grande isola artica non vale la dottrina Monroe — il celebre “cortile di casa” — poiché appartiene alla Danimarca, Paese partner della Nato. Eppure, l’ex presidente statunitense ha più volte ipotizzato di incorporarla come cinquantunesimo Stato dell’Unione. Ma questa è un’altra storia. La defenestrazione e l’arresto di Nicolás Maduro sono filati davvero lisci come l’olio? Dal punto di vista militare, l’operazione — denominata Southern Spear — è stata impeccabile, quasi da film d’azione. Sul piano del diritto internazionale, invece, l’intervento ha sollevato interrogativi giuridici rilevanti. La Casa Bianca, tuttavia, non riconosce Maduro come presidente legittimo dal 2024. Molto prima degli Usa, la Spagna del socialista Sachez ha considerato i governi Chavez e Maduro illegittimi. La critica che Trump non ha consultato il Congresso è fuori luogo, perché si è appellato all’AUMF, la legge che consente di aggirare il Parlamento per autorizzare azioni militari. E, soprattutto, Washington riteneva che senza quell’intervento il Venezuela sarebbe rimasto una lancia conficcata nel proprio fianco strategico. In conclusione, sull’intera operazione non ha prevalso il diritto internazionale né l’idealismo democratico, ma la nuda realpolitik. Gli Stati Uniti non sono intervenuti perché Maduro fosse un dittatore — cosa che era da tempo — bensì perché era diventato un pericolo strategico. È una verità scomoda, ma è così che agiscono le grandi potenze: prima la sicurezza e gli interessi, poi i principi. Il resto viene dopo.

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Sul centro storico di Siena la neve

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