Trump annuncia il crollo di Teheran: “Guerra quasi finita”
Ariel Piccini Warschauer.
«La guerra è praticamente completata». Con la consueta irruenza verbale e un tempismo che spiazza le cancellerie internazionali, Donald Trump ha annunciato che l’offensiva militare contro l’Iran, condotta in tandem con Israele, sta procedendo «molto più velocemente del previsto». Secondo il Commander-in-Chief, le operazioni Epic Fury e Roaring Lion avrebbero già ridotto al lumicino le capacità belliche della Repubblica Islamica, lasciando il regime con «nulla in mano».
Il regime «senza più nulla»
In un’intervista rilasciata alla CBS e ripresa con risalto dal Jerusalem Post, Trump ha tracciato un bilancio impietoso dei danni inflitti a Teheran. «Non hanno più una marina, non hanno più comunicazioni, non hanno più un’aeronautica», ha incalzato il Presidente. «I loro missili sono ridotti a pochi pezzi sparsi, i loro droni vengono abbattuti ovunque, persino i siti di produzione sono stati polverizzati. In senso militare, non è rimasto nulla».
Le parole di Trump arrivano a poco più di una settimana dall’inizio del conflitto, scatenato il 28 febbraio con un massiccio attacco congiunto che ha portato all’eliminazione dell’Ayatollah Ali Khamenei. Da allora, la strategia della “massima pressione cinetica” sembra aver raggiunto l’obiettivo primario: decapitare i vertici e paralizzare la reazione delle Guardie della Rivoluzione (IRGC).
L’ultimatum a Mojtaba Khamenei
Ma la partita non è solo balistica, è soprattutto politica. Trump ha messo nel mirino il nuovo leader supremo, Mojtaba Khamenei, figlio del defunto Ayatollah, asceso al potere tra le macerie di Teheran. Il messaggio della Casa Bianca è chiaro: non ci sarà alcuna tolleranza per una successione nel segno della continuità.
«Non ho iniziato tutto questo per ritrovarmi con un altro Khamenei», ha dichiarato Trump a Time, suggerendo che il sostegno degli Stati Uniti alla sua rimozione — anche fisica, secondo indiscrezioni del Wall Street Journal — è sul tavolo qualora non venissero accettate le condizioni di Washington. La richiesta è una sola: la resa incondizionata e il cambio radicale di regime.
Il fattore petrolio e la minaccia del «Fuoco e Furia»
Mentre i prezzi del greggio sussultano sui mercati mondiali, Trump ha alzato ulteriormente la posta sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz. Se l’Iran dovesse tentare di bloccare il flusso petrolifero, la risposta americana sarà «venti volte più dura» di quanto visto finora.
«Colpiremo bersagli facilmente distruggibili che renderanno virtualmente impossibile la ricostruzione dell’Iran come nazione», ha avvertito su Truth Social, evocando uno scenario di «Morte, Fuoco e Furia» qualora la teocrazia decidesse di giocare l’ultima, disperata carta del sabotaggio energetico.
Verso il “Giorno Dopo”
Nonostante l’ottimismo di Trump, la realtà sul campo resta complessa. Se da un lato il Pentagono parla di una «escursione a breve termine», dall’altro l’Iran cerca di mostrare segnali di resilienza, con le IRGC che promettono ritorsioni «schiaccianti». Tuttavia, la sensazione che si respira nei corridoi del potere a Gerusalemme è che il punto di non ritorno sia stato superato. Per Trump, la missione non è solo vincere la guerra, ma chiudere definitivamente il capitolo aperto nel 1979. E a sentir lui, il sipario sta già calando.





