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Trump alza il tiro e avverte l’Iran: “Non reprimete il dissenso”

di Ariel Piccini Warschauer.

E’ un Donald Trump a tutto campo quello che si è presentato ai microfoni di Fox News, delineando una strategia di politica estera aggressiva che spazia dal confine meridionale al Medio Oriente, passando per il Sudamerica. Il messaggio è chiaro: gli Stati Uniti sono pronti a usare il “pugno di ferro” ovunque ritengano minacciati i propri interessi o la stabilità regionale.

Il fronte messicano: “Stato fuori controllo”

La dichiarazione più dirompente riguarda la lotta al narcotraffico. Dopo aver schierato la Marina nei Caraibi e nel Pacifico, l’inquilino della Casa Bianca annuncia un’escalation senza precedenti: 

“Inizieremo attacchi via terra contro i cartelli”, ha dichiarato Trump, definendo “triste” la situazione oltre confine. Secondo il Presidente, il governo di Città del Messico avrebbe perso il controllo del territorio: “I cartelli controllano il Messico”. Sebbene non siano stati forniti dettagli tattici su dove e come avverranno queste incursioni, l’annuncio segna una potenziale rottura diplomatica e militare con il vicino messicano, trasformando la guerra alla droga in un conflitto aperto su scala internazionale.

L’ultimatum a Teheran

Dall’altra parte del globo, il mirino resta puntato sull’Iran. Trump ha inviato un avvertimento diretto al regime degli Ayatollah in merito alla gestione dell’ordine pubblico e delle proteste interne.

“In passato hanno sparato a più non posso alla gente inerme, abbattuta dalle mitragliatrici o impiccata nelle prigioni”, ha ricordato il Presidente.

La minaccia di un intervento americano è esplicita: se Teheran sceglierà nuovamente la via della repressione violenta contro i manifestanti, la risposta di Washington sarà “molto dura”. “Siamo pronti a farlo”, ha ribadito, confermando che il sostegno ai dissidenti iraniani è diventato un pilastro della sua agenda di sicurezza nazionale.

Il “bottino” venezuelano

Infine, un passaggio cruciale sul Venezuela del dopo-Maduro. Per Trump, la caduta del leader bolivariano rappresenta un successo strategico ed economico totale per gli Stati Uniti. Il Presidente ha rivendicato i risultati ottenuti dalla nuova amministrazione di Caracas, descrivendola come estremamente collaborativa.

“Il Venezuela ci ha dato tutto quello che abbiamo chiesto”, ha concluso Trump, indicando il Paese sudamericano come il modello di ciò che accade quando la pressione diplomatica e sanzionatoria di Washington raggiunge il suo obiettivo massimo.

Con queste dichiarazioni, Trump non solo consolida la sua base elettorale interna, sensibile ai temi della sicurezza e dei confini, ma invia un segnale geopolitico globale: l’isolazionismo della prima ora sembra aver lasciato il posto a un interventismo muscolare, pronto a scavalcare la sovranità nazionale degli Stati vicini e lontani.

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