Trump a Rodriguez: “O collabora o pagherà un prezzo altissimo”
di Ariel Piccini Wharschauer.
«Non chiedetemi chi comanda. Vi darei una risposta controversa: significa che siamo noi al comando». Donald Trump parla dal salottino dell’Air Force One, mentre il jet presidenziale fende l’aria verso Washington. È un tycoon tonico, galvanizzato dal successo militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, ma già proiettato sulla fase due: la sottomissione del nuovo corso venezuelano.
Il rebus della successione
Il passaggio di Delcy Rodríguez da possibile interlocutrice a «nemico pubblico» è stato fulmineo. È bastato che la vicepresidente, che ha assunto il potere ad interim con il benestare dell’esercito, accennasse alla volontà di «difendere le risorse naturali del Paese» per scatenare l’ira della Casa Bianca. «Se non farà la cosa giusta, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto del suo predecessore», ha avvertito Trump in un’intervista a The Atlantic.
Il messaggio è chiaro: Washington non ha abbattuto un regime per trovarsi di fronte a un neochavismo di ritorno. Il Segretario di Stato, Marco Rubio, ha cercato di sfumare i toni parlando di «guerra ai narcotrafficanti e non al Venezuela», ma la presenza massiccia della Quarta Flotta nei Caraibi racconta un’altra storia. Il blocco delle esportazioni di petrolio resta l’arma negoziale principale: gli Stati Uniti puntano al controllo diretto dei giacimenti.
La minaccia all’Iran
Ma la dottrina Trump, in questo lunedì convulso, si allarga a macchia d’olio. Il presidente ha lanciato un monito durissimo a Teheran: «Li stiamo osservando. Se inizieranno a uccidere i manifestanti come in passato, verranno colpiti molto duramente». Un’estensione della strategia venezuelana che spaventa le cancellerie mondiali. Anche la Colombia è finita nel mirino: Trump non esclude «missioni simili» a quella di Caracas per sradicare i santuari del narcotraffico.
Maduro alla sbarra
Intanto, il focus si sposta a Manhattan. Alle 12 locali (le 18 in Italia), Nicolás Maduro varcherà la soglia del tribunale federale. Non più come capo di Stato, ma come imputato comune. La strategia legale del Dipartimento di Giustizia è un capolavoro di equilibrismo giuridico: non riconoscendo la legittimità del suo mandato, Washington ha neutralizzato l’immunità diplomatica.
L’accusa è pesantissima: narcoterrorismo e gestione del «Cartello dei Soli». Maduro, che ha trascorso la notte nel carcere di Brooklyn, rischia l’ergastolo. Mentre i suoi avvocati si preparano a contestare la «cattura illegale», Trump annuncia già la fase successiva: la riapertura dell’ambasciata a Caracas. Un segnale di normalizzazione forzata che però deve fare i conti con l’isolamento internazionale.
Il fronte del “No”
Brasile, Cile, Messico e Spagna hanno già firmato una durissima condanna dell’operazione, denunciando il rischio di una «appropriazione esterna di risorse strategiche». Anche l’Unione Europea, pur senza l’Ungheria di Orbán, chiede che il futuro sia deciso dai venezuelani e non dai Navy Seals. Domani si riunirà il Consiglio di Sicurezza dell’Onu: sarà lo scontro finale tra la “Realpolitik” muscolare di Trump e il diritto internazionale.
Il processo a Maduro si fonda su una tesi precisa: il Venezuela non era uno Stato, ma un «narco-Stato» gestito come un’azienda criminale. Per superare l’ostacolo dell’estradizione mancante, i procuratori americani si appellano alla “Dottrina Ker-Frisbie”: un principio giuridico secondo cui la giurisdizione di una corte non è inficiata dalle modalità, anche irregolari o violente, con cui l’imputato è stato portato in aula.
Sotto il profilo dei reati, il fulcro è il legame tra il governo chavista e le FARC colombiane. Secondo l’FBI, Maduro avrebbe utilizzato il petrolio per finanziare il traffico di cocaina verso gli USA, usandolo come una vera e propria arma di destabilizzazione sociale. Se la difesa punterà sulla violazione della sovranità nazionale, l’accusa risponderà con i registri dei pagamenti e le testimonianze dei “pentiti” del regime già detenuti negli Stati Uniti.





