Transizione energetica, governo e maggioranza predicano bene e razzolano male
Claudio Di Donato su InPiù parla di transizione energetica e di quello che fanno governo e maggioranza che, scrive, predicano benino (non sempre e al netto delle accuse all’Europa di affondare il manifatturiero) ma razzolano male. Modificare il mix energetico riducendo la quota da fonti fossili, tuttavia, non è fanatismo ambientalista ma un imperativo di politica industriale ed energetica. Fino all’autunno del 2021 l’energia era una commodity a basso costo, ma da allora è tornata a pesare sui bilanci delle famiglie e delle imprese in modo rilevante. Il conflitto in Iran ha confermato la vulnerabilità dell’Italia agli shock energetici, e dal 28 febbraio la spesa per carburanti, gas ed energia elettrica presenta extra costi pari a qualcosa come 100 milioni al giorno. Ma dal Governo Draghi a oggi, l’impennata dei costi energetici è stata affrontata con interventi emergenziali impattando sui conti pubblici. Misure che in parte sono state finanziate riducendo le risorse per sostenere gli investimenti per l’efficientamento energetico, in particolare nell’ultimo anno. La nuova Transizione 5.0 è un depotenziamento della precedente con la scelta dell’iperammortamento invece del credito d’imposta. Così come il drastico taglio ai contributi CER nei comuni sotto i 50mila abitanti.
Realizzare un impianto fotovoltaico è diventato più complicato a causa di procedure complesse e nuovi vincoli urbanistici e non a caso nel 2025 c’è stata una frenata dei nuovi impianti anche per le continue incertezze su Conto Termico 3.0. C’è poi il nodo della formazione dei prezzi dell’energia all’ingrosso dove risiede la vera differenza tra l’Italia e il modello spagnolo. Da noi è il gas a determinare il PUN mentre in Spagna in molte fasce orarie sono le rinnovabili con prezzi inferiori ai 10 euro a MWh. Quando il prezzo lo fanno le centrali termiche le differenze tra Italia e Spagna sono minime. Senza trascurare la questione ETS. Mettere in discussione il principio “chi inquina paga” significa frenare gli investimenti per l’efficientamento energetico di imprese e del immobili. La questione semmai è l’utilizzo degli introiti delle aste. Tra il 2012 e il 2024 l’Italia ha incassato oltre 16 miliardi e almeno il 50% doveva andare a finanziare il processo di decarbonizzazione dell’industria ed efficientamento energetico. Ma nei conti pubblici non vi è traccia. Sicurezza energetica e decarbonizzazione camminano insieme ma richiedono strategie e politiche di medio periodo con stabilità e certezze delle misure. Tutto ciò in Italia è un miraggio.





