#ESTERI #ULTIME NOTIZIE

Teheran trema sotto le bombe: l’Idf colpisce al cuore i pasdaran

Ariel Piccini Warschauer.

Il cielo sopra la capitale iraniana non è mai stato così scuro, squarciato solo dai bagliori sinistri delle esplosioni che si susseguono a ondate. Non sono i soliti scambi di avvertimenti. Stavolta l’Idf ha deciso di fare sul serio, colpendo chirurgicamente i gangli vitali del regime: bunker del comando, infrastrutture logistiche e i centri nevralgici dei Pasdaran. Teheran brucia, e con essa l’illusione dell’invulnerabilità degli ayatollah.

Le testimonianze che filtrano attraverso le maglie strette della censura iraniana parlano di una notte di terrore. I caccia con la stella di David hanno violato lo spazio aereo colpendo obiettivi militari sensibili, evitando — per ora — le aree civili, ma puntando dritto al cuore operativo della Repubblica Islamica. Il rombo dei motori dei jet e il boato delle testate che centrano i bersagli sono la colonna sonora di un’escalation che molti temevano, ma che ora è realtà.

Il messaggio di Gerusalemme è chiaro: nessuno è al sicuro, nemmeno a mille chilometri di distanza. Le difese aeree, tanto decantate dalla propaganda di regime, sono state bucate come burro dalla tecnologia superiore israeliana.

Mentre i cieli dell’Iran si illuminano, da Washington arriva il carico da novanta. Donald Trump, con il suo consueto stile diretto che non lascia spazio alle diplomazie felpate, ha gelato il sangue ai mullah: “Penso che visiterò Israele”. Non è solo una promessa di solidarietà; è un segnale di guerra psicologica e politica. Se il Commander-in-Chief atterra a Tel Aviv mentre le bombe cadono su Teheran, significa che il semaforo per l’operazione è verde fisso.

Trump non si è fermato qui. L’ultimatum è sul tavolo: 48 ore per riaprire lo Stretto di Hormuz. Se i mullah continueranno a giocare col fuoco bloccando le rotte globali, il prossimo obiettivo non saranno più solo i bunker, ma le centrali elettriche. L’ordine è uno solo: riportare l’Iran al secolo scorso se non si fermano subito.

La replica di Teheran è la solita, rabbiosa retorica: “Colpiremo le infrastrutture energetiche americane”. Ma sono parole che sanno di disperazione. Con il fiato corto e le basi in fiamme, il regime si trova davanti a un bivio: l’escalation totale, che rischierebbe di portare alla fine del sistema di potere degli ayatollah, o una ritirata umiliante.

Sul terreno, la tensione è elettrica. I nostri contatti nell’area riferiscono di movimenti di truppe e di una popolazione civile stremata, ostaggio di una teocrazia che ha scelto la via del conflitto aperto. La partita nel Grande Scacchiere mediorientale è entrata nella sua fase più cruenta e decisiva.

Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti