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Teheran a ferro e fuoco, minacce all’Occidente e caccia all’uomo

Ariel Piccini Warschauer.

L’Iran alza il tiro e dichiara guerra diplomatica all’Europa. Non è più solo una questione di retorica incendiaria da piazza, ma un’escalation calcolata che punta a colpire il cuore delle istituzioni occidentali. Dopo il via libera di Bruxelles alla designazione dei Pasdaran – i “guardiani” del terrore – come organizzazione terroristica, la risposta di Teheran è arrivata come un proiettile: la convocazione in massa degli ambasciatori europei e una minaccia che sa di ritorsione militare.

Il ricatto di Teheran: “Soldati europei come terroristi”

Il regime non accetta di essere messo all’angolo. Mohammad Baqer Qalibaf, presidente del Parlamento iraniano, si è presentato in aula indossando con spocchia l’uniforme dei Pasdaran. Un gesto simbolico che è diventato legge: per l’Iran, ora, le forze armate dei Paesi UE sono considerate “gruppi terroristici”. È il mondo alla rovescia. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha rincarato la dose, accusando l’Europa di essere un “attore in declino” e di giocare con il fuoco, avvertendo che il Continente europeo sarà il primo a pagare il prezzo di un conflitto in termini di energia e sicurezza. Un vero e proprio ricatto energetico mascherato da diplomazia.

Terrore interno: la scure sui registi

Mentre fuori dai confini si urla alla “sovranità violata”, dentro l’Iran la macchina della morte e della detenzione non conosce pause. L’ultima vittima della polizia morale è Mehdi Mahmoudian, braccio destro e sceneggiatore del celebre regista Jafar Panahi. La sua colpa? Aver firmato un documento, insieme a premi Nobel e intellettuali, in cui si denuncia il massacro sistematico dei manifestanti autorizzato dalla Guida Suprema.

Panahi, che ha conosciuto Mahmoudian proprio nelle dure celle del regime, lo descrive come un “pilastro silenzioso”. Ma per l’Ayatollah non c’è spazio per il silenzio o per l’arte: chiunque osi ricordare i 3.000 morti (cifra ufficiale, ma le stime reali parlano di decine di migliaia) finisce nel tritacarne giudiziario della teocrazia.

L’ombra della guerra regionale

A chiudere il cerchio delle minacce ci ha pensato direttamente Ali Khamenei. Con la flotta statunitense che incrocia nel Golfo Persico, il “Grande Vecchio” di Teheran ha avvertito Washington: “Se attaccate, sarà guerra regionale”. Khamenei ha liquidato le rivolte popolari degli ultimi mesi come un “tentativo di colpo di stato” orchestrato dall’America per rimettere le mani sul petrolio iraniano.

La strategia del regime è chiara: serrare i ranghi, colpire duramente il dissenso interno e usare il programma nucleare come scudo per continuare a destabilizzare il Medio Oriente. L’Europa, finora timida, si trova davanti a un bivio: cedere al ricatto dei mullah o tenere il punto a difesa della libertà e della sicurezza globale. La convocazione degli ambasciatori a Teheran è solo l’ultimo segnale di una tempesta che è già iniziata.

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