Strage a Gerusalemme, missile iraniano centra il rifugio della sinagoga
Ariel Piccini Warschauer.
Non è stato il fischio della sirena a spezzare la domenica di Beit Shemesh, un quartiere ebraico a pochi chilometri da Gerusalemme, abitato prevalentemente da ebrei ortodossi, ma il boato sordo di un impatto che non ha lasciato scampo a nessuno. Un missile balistico, partito da una rampa di lancio di Teheran, ha centrato in pieno il cuore di un quartiere residenziale nel centro di Israele, sventrando una sinagoga e trasformando quello che doveva essere un luogo di salvezza – un rifugio antimissile – in una trappola mortale di cemento e polvere.
Il bilancio è atroce: nove morti. Tra le macerie, i soccorritori del Magen David Adom hanno estratto sessanta feriti. Tra loro ci sono bambini che giocavano poco lontano e una donna incinta, trasportata d’urgenza allo Sheba Medical Center in condizioni critiche.
Il capo della polizia di Gerusalemme, camminando tra i detriti di quella che fino a poche ore prima era una casa di preghiera, ha posto il quesito che ora tormenta l’intero Paese: com’è possibile morire dentro un “Mamad” (un rifugio blindato obbligatorio per legge in Israele)? L’IDF ha già aperto un’inchiesta tecnica. Si cerca di capire se il colpo sia stato così diretto e potente da superare ogni standard di resistenza o se, come sospettano alcuni esperti, la struttura presentasse gravi falle costruttive. «Il rifugio doveva proteggerli, non diventare la loro tomba», ha dichiarato un ufficiale sul posto, mentre le squadre della Protezione Civile continuano ancora a scavare tra i detriti.
Un Medio Oriente sull’orlo del baratro
L’attacco su Beit Shemesh non è un episodio isolato, ma il tragico culmine di un fine settimana che ha visto l’architettura del Medio Oriente scricchiolare fin quasi a cedere. Mentre i missili piovevano su Israele, da Teheran rimbalzavano voci sempre più insistenti – ora confermate da diverse intelligence – sulla morte della Guida Suprema Ali Khamenei.
L’Iran è un gigante ferito e acefalo, che risponde al vuoto di potere interno con la ferocia esterna di sempre. La rappresaglia israeliana, promettono dal Ministero della Difesa a Tel Aviv, sarà “precisa e dolorosa”. Ma nelle strade di Beit Shemesh, tra i libri di preghiera bruciati e l’odore acre dell’esplosivo, la geopolitica lascia spazio solo al silenzio del lutto.


