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Storia dei motori, sulle scie di Barsanti e Matteucci

Roberto Pizzi.

Nel campo motoristico, a Lucca, si registrarono alcuni tentativi di applicazione pratica nel periodo della belle époque,  quando era forte la fiducia in un  progresso illimitato e  si narravano i prodigi della modernità, come la luce elettrica, il piroscafo, il telegrafo, il canale di Suez, il tunnel del Moncenisio. 

Nel 1891, a Castelnuovo di Garfagnana veniva ideata e realizzata la prima auto elettrica italiana, per merito del conte Giuseppe Carli, fondatore della sezione garfagnina del  Club Alpino Italiano, presente nell’avventura editoriale de “Il Corriere della Garfagnana”, artefice di una teleferica per trasportare legname in Versilia e finanziatore di un’importante fabbrica di tessuti nella zona, che fu poi conosciuta come “Manifattura Tessile Valserchio”. Il conte Carli, attivo anche nell’introduzione della luce elettrica nella sua zona, ebbe l’ intuizione di realizzare un automezzo elettrico, poi costruito negli stabilimenti della “Manifattura Tessile Valserchio”, in collaborazione con l’ingegnere Boggio, che era il direttore di questa fabbrica.  In realtà non si trattava di un’ auto vera e propria, bensì di un triciclo a due posti, che si muoveva grazie all’energia elettrica prodotta da una batteria dotata di dieci piccoli accumulatori, in grado di fornire forza motrice per dieci ore e munito anche di un congegno di inversione della rotazione del motore, che consentiva la retromarcia. La sua velocità massima era di 15 km. orari.

Per promuovere la sua invenzione il conte Carli la iscrisse alla prima vera gara automobilistica del mondo, la Parigi – Rouen del 22 luglio 1894, ma l’auto fu fermata alla frontiera francese, per l’incertezza dei doganieri che non sapevano come classificarla nel tariffario tributario, e affrancata solo il giorno dopo lo svolgimento della gara. A questa delusione, seguì un periodo disastroso per l’intraprendente personaggio, il quale aveva tentato anche la carriera politica, facendosi eleggere alla Camera dei Deputati nel 1892. Nel 1894, però, era decaduto dal mandato parlamentare, poiché giudicato reo di brogli elettorali. I suoi affari volsero al peggio e la banca di cui era proprietario (Banco di Sconto, poi Banco Carli) ebbe un tracollo, e nel febbraio  del 1895 i suoi beni furono sequestrati e messi all’asta. Il suo sogno della macchina elettrica svanì nel nulla ed il mezzo costruito andò perduto. Un modello funzionante è stato ricostruito dagli allievi dell’istituto tecnico “Simoni” di  Castelnuovo, luogo dove è attualmente in mostra. 

Nel 1902,  a Lucca, un altro nobiluomo, il conte Alessandro Minutoli, fondava, insieme all’ing. Vittorio Millo, la società “Minutoli Millo & Co”, rivelatasi anch’essa un’ effimera  avventura nel campo della produzione motoristica. L’ingegner Millo era già noto nel mondo dei motori a scoppio per aver costruito, nel 1896, un originale triciclo sul quale aveva montato un motore francese “Léon Bollée”. L’intenzione era quella di costruire e mettere in commercio una piccola vettura che, nel prototipo elaborato, montava un propulsore “4 cilindri biblocco” con una cilindrata di 2413 cc. La vettura venne costruita in unico esemplare a Vorno, nella limonaia della villa del nobile lucchese, grazie anche all’opera del valente meccanico Elio Fascetti, che era l’autista del Minutoli. Nacque, così, un artigianale veicolo, che venne chiamato “Minutoli – Millomodello Hp”. 
Visti i suoi promettenti risultati pratici, i costruttori si proponevano di avviare una produzione in serie, progettando anche di costruire uno stabilimento vero e proprio su alcuni terreni di Capannori, di proprietà del conte. La morte prematura dell’ing. Millo, avvenuta nel 1903, fece accantonare definitivamente l’impresa, della quale resta la memoria al Museo dell’Auto di Torino, dove è esposto l’unico modello che fu costruito.

Nonostante questi tentativi velleitari, il motore era entrato nel sangue di molte persone. Nel movimento del Futurismo l’entusiasmo per la modernità assume il carattere di elogio della velocità e di esaltazione della macchina – prima tra tutte l’automobile: la macchina è il mezzo e il fine della creatività artistica, una metafora dell’esistenza, il simbolo di un progresso e di uno sviluppo tecnologico che però andrà a degenerare nell’esaltazione della guerra. Ispirati alla rivoluzione tecnologica dell’epoca i futuristi consideravano l’automobile un’innovazione destinata a mutare l’ambiente e la percezione della realtà da parte dell’uomo. D’Annunzio esaltava la modernità e l’alleanza della macchina con l’uomo, ma avvertiva bene come l’accresciuta vitalità portasse verso una progressiva dissoluzione. I futuristi intuirono che le stesse sensazioni della velocità, del dinamismo e della simultaneità, prodotte dalla nuova tecnologia e dal moderno ambiente urbano, costituivano l’essenza della realtà. L’automobile, infine, come mezzo di trasporto individuale, procurava una sensazione di potenza, un’esaltazione e un senso d’emancipazione che contribuivano a rendere più aggressivo il programma futurista. Oltre cento opere del pittore Giacomo Balla ebbero come protagonista l’automobile in corsa. Altri futuristi, tra i quali Umberto Boccioni e Carrà, si dedicarono a ritrarre veicoli a motore come automobili, autobus, tram elettrici e motociclette.

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