Stefano Galli da Modigliana, un intellettuale di Massa Marittima dell’Ottocento
di Gianpiero Caglianone.
L’occasione del Convegno del 27 Settembre 2024 tenuto nella Biblioteca Comunale di Massa Marittima, dal titolo “Stefano e Gismondo Galli: due personalità a confronto”, si è presto allargata ad un inedito riesame delle biografie e dei contributi che i due personaggi hanno recato alla crescita culturale dei due centri (Massa Marittima e Canino) in cui hanno vissuto ed operato, sia per lo sviluppo delle conoscenze storiche di ciascuno non solo, ma anche sociali e politiche di queste loro patrie di adozione. Le ricerche effettuate dai relatori per l’incontro hanno permesso di meglio definire le personalità, i ruoli, e anche il diverso spessore culturale dei due Galli, fino a determinare l’opera di Gismondo come una continuazione ed integrazione di quella principale del padre, certamente personaggio capace di affiancare efficacemente con la sua visione della storia e della politica l’indirizzo assunto dall’intero movimento liberaldemocratico locale, che proprio in quegli anni andava estendendosi e organizzandosi a Massa Marittima.
Note biografiche
Nato il 2 Agosto 1819 a Modigliana, ora in provincia di Forlì Cesena, ma allora appartenente ai territori oltre appenninici della Toscana, Stefano Galli ricevette dall’ambiente della sua città, vivace centro settario e cospirativo fin dagli anni ’30 (secondo i rapporti della polizia granducale seguiti al processo della Congrega di Siena), le prime nozioni di libertà e indipendenza della patria, che culmineranno nella lotta contro l’assolutismo granducale, e l’adesione se non formale sostanziale ai principi mazziniani e ad una religiosità evangelica di ispirazione giansenistica. Il Galli, che in gioventù si era ritirato dall’istituto Calasanziano di Firenze prima di essere ordinato sacerdote (e forse il motivo della sua rinunzia a diventare Padre Scolopio fu proprio l’adesione almeno ai principi sopra accennati), in tempi successivi a questa scelta dovette vagare per la Toscana cercando una fonte di sostentamento per sé e la famiglia, che trovò nell’insegnamento grazie alla superiore istruzione di cui era fornito.
Maestro dunque per necessità, lo troviamo occupato nel 1848 a Piombino, dove resterà fino al 1856, anno in cui incorse nelle ire della censura granducale per scritti ritenuti “sovversivi”, letti in pubbliche adunanze della Accademia degli Incamminati (di cui fece parte a Modigliana in qualità anche di Segretario) dalla quale venne espulso per ordine granducale, ordinanza che incontrò la ferma opposizione dell’Accademia. La sua prima passione era stata la letteratura e soprattutto la poesia, che resterà sempre nel suo cuore.
Gli anni del confino, le prime opere e l’arrivo a Massa Marittima
Costretto ad abbandonare l’insegnamento, il 18 luglio 1857 venne prima arrestato e poi condannato al confino a Rocca S. Casciano. Gli anni dell’esilio pur dolorosi per la perdita della libertà e le preoccupazioni economiche sono densi di lavori, poetici prima (“Poesie di S. G. di Modigliana”, del 1857), poi dichiaratamente politici (“La Vera piaga d’Italia”, del 1859) dove compiva un rigoroso esame dei mali storici di cui riteneva colpevole il Papa e lo Stato della Chiesa per la mancata unificazione italiana; infine teatrali, con due tragedie “I Martiri” e il “Catone in Utica” (entrambe del 1859), dove si esaltava soprattutto nell’ultima la fierezza repubblicana dell’uticense, monito perenne ai despoti di ogni epoca.
Nel 1860, riammesso all’insegnamento, si trasferì a Campiglia Marittima, da cui, nel 1867, venne chiamato nella cattedra di Letteratura e Storia delle Scuole Tecniche e Ginnasiali di Massa Marittima. Suo primo atto “culturale”, diretto ai giovani scolari (ma anche alle giovani alunne) massetani, fu la “Prolusione” (1867), in cui esponeva i suoi metodi d’insegnamento e il programma scolastico da seguirsi sotto la sua guida, tra i quali spiccaval’ammonimento a leggere e meditare gli storici antichi e moderni, educandosi in tal modo ad un pensiero libero e fecondo, giovandosi dell’insegnamento dei professori, che impossibilitatiad esercitarlo liberamente nel passato regime lorenese, lo reputavano oramai indispensabile alla formazione delle coscienze dei giovani che si affacciavano alla vita culturale della nuova Italia unita.
Attività politica Democratica
Assidua fu la partecipazione del Galli alle iniziative politiche e sociali democratiche che si andavano preparando a Massa, man mano che l’influenza repubblicana in città aumentava: dalla firma della petizione per l’invito di Garibaldi a Massa Marittima (1867, cui partecipò l’intera famiglia: Gismondo, Emanuele ed Arnalda), a quella per l’abolizione dell’Art. 1 dello Statuto Albertino (1870, articolo che riconosceva la religione cattolica religione di Stato), alla direzione delle Scuole serali per i cittadini massetani (1868, 38 lezioni in cui Galli tenne quella di Storia Antica), alla composizione di epigrafi per le più svariate occasioni commemorative (1869, Morti per la patria, etc.). Insomma un’opera profusa a piene mani di sostegno culturale alle iniziative democratiche, nel solco della sua antica visione mazziniana della libertà, ma certo anche figlia della scelta compiuta in gioventù rinunciando all’abito talare: anche se ora il motto garibaldino “Italia una e Vittorio Emanuele”, sostanziando l’unica opportunità storica concretamente praticabile all’epoca per la libertà e l’indipendenza italiana, ne aveva rinviata la piena attuazione a tempi migliori.
La fondazione della Biblioteca e del Museo Comunali
L’iniziativa che prima lo avrebbe fatto passare alla storia massetana fu la fondazione, nel 1867, della Biblioteca e Museo cittadini. Il volume commemorativo dei 150 anni della nascita della Biblioteca (2018), a cui rimandiamo per gli approfondimenti, evidenzia l’opera per cui soprattutto a Stefano Galli si riconoscerà dai massetani il merito di avere promosso, per primo, la consapevolezza del valore della conservazione delle testimonianze del passato, sia librarie e documentarie che archeologiche.
Un altro motivo per ricordarlo: il Galli legava il suo nome alla prima pubblicazione edita a Massa Marittima a cura di una tipografia massetana (1869); era infatti nella “Strenna massetana per l’anno 1870” che firmava il “Prologo” alla stessa: vi citava e commentava un passo degli antichi Statuti massetani, affinché i concittadini si gloriassero “dei padri loro” che avevano rifiutato esplicitamente il ricorso alle torture per estorcere confessioni, ben prima che Cesare Beccaria con “Dei delitti e delle pene” (1764) o Pietro Leopoldo di Lorena, dal Beccaria ispirato, emanasse il nuovo Codice Penale Toscano (1786) in cui respingeva la pena di morte e le torture come mezzo di confessione. Era un esplicito invito generale alla tolleranza, al reciproco rispetto e anche perdono, perfino, lui ormai ridotto allo stato laico, appellandosi al Dio evangelico, a cui, pur non accettando la Chiesa nella sua sovrastruttura gerarchica, riconosceva il titolo di “più grande dei riformatori”.
Le Memorie storiche di Massa Marittima
L’altro grande contributo di Stefano Galli alla cultura massetana (non l’ultimo ma certo tra i più importanti) fu l’uscita dei due volumi delle “Memorie storiche di Massa Marittima” (1871 e 1873, ma ambedue le date sono sbagliate, o meglio non rispondenti alla effettiva realtà della stampa, come dimostrato nel Convegno), edite a Massa Marittima dalla Tipografia Dionigi (il primo volume) e dalla Tip. Massetana (il secondo).
Considerando con romantica metafora la Storia di una Nazione come un grande fiume, di cui le storie municipali erano affluenti, l’autore spiegava perché aveva scelto il titolo di “Memorie Storiche” anziché più decisamente quello di “Storia” per il suo libro: troppe erano le lacune legate ai primi tempi della storia massetana per permettere la stesura di una storia continua degli avvenimenti, mancando documenti o testimonianze archeologiche che potessero supportare ogni ragionevole ipotesi; e anche perché una volta persa la libertà la storia di una città, e Massa non faceva eccezione, si intrecciava con quella della conquistatrice, nel nostro caso Siena. Il Galli, pur nato e formatosi culturalmente in un’epoca di transizione tra romanticismo e positivismo, mostra nel libro una propensione per la concezione storiografica imposta dal secondo movimento di pensiero, tanto da far considerare le sue “Memorie storiche” il primo vero libro moderno sulla storia di Massa Marittima (con tutti i rilievi che questa affermazione richiederebbe): oltre che per la dovizia delle fontitradizionali citate, anche per la cautela con cui l’autore maneggiava documenti antichi (e quelli più moderni come la Cronaca dello pseudo frate agostiniano Agabito Gabrielli), o la corretta citazione in nota dei maggiori storici di cui si serviva nella narrazione, onde si potesse confrontarli con le sue conclusioni. Vi manca il concetto di ricerca d’archivio, presupposto essenziale per una valutazione scientifica moderna della sua opera (che saranno invece parte preponderante della metodologia di ricerca del successore Luigi Petrocchi), ma le Memorie storiche di Massa Marittima restano un libro indispensabile per una comprensione piena dello sviluppo culturale della nostra città, tanto cresciuto grazie all’autore ed esteso ben oltre i confini delle mura che la circondano. Non è certo un caso che F. D. Guerrazzi, giudicando da par suo il primo volume delle Memorie appena ricevuto, e congratulandosi anzitutto con l’autore per la purezza esibita nell’uso della “nostra classica lingua, tanto a quest’oggi orribilmente straziata” scrivesse al Galli che era stato capace con il suo libro di “rivestire lo scheletro di una storia di municipio cogl’indumenti della storia della nazione”.
Il conferimento della Cittadinanza massetana
All’inizio dell’uscita dell’opera (edita a dispense, in numero di 80 raccolte poi in due volumi) gli venne conferita dal Municipio di Massa Marittima la cittadinanza onoraria, con lettera ufficiale del Gonfaloniere Giovanni Falusi a lui diretta il 18 Aprile 1872, in considerazione anche e soprattutto del lavoro prezioso prestato nella creazione dal nulla della Biblioteca e Museo massetani. Il Galli rispose, con la modestia che gli era propria, riconoscendosi “immeritevole” dell’onore conferitogli, affermando di avere “solo la coscienza di essermi sempre sforzato di fare il mio dovere, e la ferma volontà di non recedere da questa via anche di quel poco di cammino che mi resta da percorrere”. Tuttavia, nonostante i riconoscimenti, le “Memorie storiche di Massa Marittima” non furono un successo editoriale, e ancora molti anni dopo la loro prima uscita si cercava dalla tipografia di esitarne le copie invendute offrendole a prezzi di promozione. Il tempo, notoriamente galantuomo, con giusta, seppur tardiva riparazione, stabiliva che i 2 volumi del Galli dovessero poi diventare il simbolo della storiografia massetana dell’800 e uno dei “pezzi” più pregiati, se non il più ambito, del collezionismo bibliografico massetano, anche se ormai solo per la rarità.
Gli ultimi anni e la morte
Benché mai impegnato in prima persona nelle battaglie elettorali di quel periodo, sostenne sempre la parte democratica, e fece parte di diversi Comitati elettorali: come quello nato per sostenere Francesco Domenico Guerrazzi alle sfortunate elezioni dell’11 Febbraio1872, e di cui curò l’opuscolo ideato dai democratici massetani per favorire il rientro in grande stile del celebre letterato livornese nell’arena elettorale, dopo lo schiaffo infertogli dai suoi concittadini che non lo avevano rieletto nel 1870, proprio quando gli italiani entravano in Roma facendone quella capitale di cui Guerrazzi era stato antico e irriducibile vaticinatore.
La storia era diventata ormai da tempo la seconda passione del Galli, insieme a quella giovanile per la poesia. Nel 1881 pubblicava prima a puntate sul giornale L’Ombrone di Grosseto (poi raccolto in opuscolo e stampato dalla Tipografia Barbarulli), quella “Storia dell’antica città di Massa Marittima” di Agapito Gabrielli che aveva utilizzato giudiziosamente nelle sue Memorie: è l’edizione originale della prima cronaca storica manoscritta di Massa che vedeva la luce a stampa, e che (nonostante l’edizione fosse stata eseguita pessimamente dalla tipografia del giornale grossetano, sia tipograficamente che soprattutto filologicamente) darà in Maremma il via ad altre consimili iniziative, riconoscendo a queste testimonianze il valore, se usate cautamente, e correttamenteinterpretate, di aiuto e sostegno in zone oscure della storia.
Nel 1882, subito dopo la morte di Garibaldi (2 giugno), firmava la lettera aperta scritta dai garibaldini massetani contro coloro che rifiutavano di esaudire le ultime volontà del Duce dei Mille, che come noto aveva lasciato scritto nel suo testamento di voler essere cremato. Verso la fine dell’anno, ormai cosciente della prossima fine, scriveva il 23 novembre il “Memorandum per i miei funerali”, professione di un personale sincretismo tra materialismoe sentimento religioso: si mescolavano in lui ora libero pensiero positivista ed evangelismo che si erano già resi visibili nelle sue ultime opere sia dal punto di vista della metodologia storiografica, che da quello filosofico.
Stefano Galli moriva, il 4 dicembre 1882, all’età di 63 anni. In soli 15 anni di permanenza aveva lasciato una traccia indelebile nella storia civile e culturale di Massa Marittima, con un’opera intellettuale di ampio respiro che ha davvero pochi eguali nello scorrere del tempo in questa città (paragonabile forse solo a quella in altri settori storici di Gaetano Badii, ma con molto meno tempo a disposizione). E la dimostrazione ne è stato questo Convegno che lo recupera, insieme al figlio, alla memoria di tutti i massetani a distanza di 142 anni dalla morte.
Il figlio Gismondo, primo Maestro laico di Canino dove era giunto nel 1871 (all’età di 26 anni), ma anche studioso, ricercatore, collezionista, continuerà secondo le sue forze l’opera del padre: riceverà la medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione nel 1908, per i 40 anni d’insegnamento, culmine di molti altri riconoscimenti (tra i quali Ispettore dei Monumenti e scavi) ricevuti nella sua lunga carriera di “educatore del popolo”, definizione che può essere attribuita anche al padre. Una lapide lo ricorda all’ingresso della Biblioteca Comunale di Canino, e a lui sono dedicate le Scuole Elementari di quella città.






