Separazione delle carriere, forse c’è ancora qualcosa di intelligente da dire
Paolo Benini.
Devo essere sincero: questo dibattito sulla separazione delle carriere, così come viene condotto in Italia, non mi appassiona particolarmente. Forse proprio perché il mio lavoro mi ha abituato a osservare i fenomeni umani con un taglio psicologico, riconosco subito quando una discussione nasce da assunti ideologici impliciti, da appartenenze, da interessi, più che da un’analisi tecnica. Gran parte delle argomentazioni che si sentono in questi giorni sembrano muoversi dentro un pregiudizio di partenza: chi parla sa già dove vuole arrivare, e quindi il confronto non è realmente conoscitivo, ma identitario. È un confronto tra posizioni, non tra problemi.
Peraltro, nel periodo in cui si voterà io non sarò nemmeno in Italia, quindi non parteciperò direttamente, e lo dico senza enfasi: non è un tema che mi coinvolge emotivamente o politicamente, non mi interessa schierarmi né alimentare polarizzazioni. Detto questo, se dovessi provare a essere utile, cioè a fornire alle persone una traccia di riflessione che non sia ideologica, credo che esista un unico argomento davvero sensato su cui focalizzarsi, un argomento tecnico, psicologico, e in fondo molto semplice: il ruolo professionale modifica la mente di chi lo esercita. Chi svolge una professione complessa per molti anni non si limita ad applicare regole, ma costruisce automatismi mentali, sviluppa schemi interpretativi, seleziona ciò che vede e ciò che ignora; l’esperienza prolungata non è neutra, plasma la percezione e il giudizio, la funzione non resta esterna ma diventa interna. Questo vale in ogni ambito e vale anche nel sistema giudiziario. La funzione requirente, per sua natura, è orientata all’indagine e implica una logica investigativa fatta di ipotesi, ricerca di elementi, costruzione di un quadro coerente di accertamento; la funzione giudicante, per sua natura, richiede invece una postura diversa, basata sulla sospensione del giudizio, sulla valutazione comparativa delle alternative, sulla gestione dell’incertezza e sul controllo degli automatismi interpretativi fino alla deliberazione finale. Sono compiti differenti e quindi richiedono assetti cognitivi differenti.
Il punto centrale non è mettere in discussione la virtù individuale o l’imparzialità soggettiva del singolo magistrato, ma riconoscere un dato strutturale: quanto è realistico pensare che due ruoli così diversi siano intercambiabili senza effetti cognitivi residui? La mente non cambia funzione con un atto amministrativo; chi ha esercitato per molti anni una funzione investigativa avrà inevitabilmente sviluppato automatismi compatibili con quella funzione, e disattivarli richiede tempo, riadattamento, formazione specifica. La psicologia cognitiva parla di specializzazione professionale: l’esperienza produce pattern decisionali automatici, non è colpa, è apprendimento. E proprio per questo la questione non è fidarsi o non fidarsi del singolo, ma costruire garanzie non sulla moralità presunta, bensì sulla struttura del sistema. Anche la letteratura empirica recente ha iniziato a esplorare queste differenze tra ruoli: uno studio pubblicato nel 2023 sul Journal of Empirical Legal Studies da Teichman, Zamir e Ritov ha confrontato diversi gruppi professionali, tra cui procuratori e avvocati difensori, rispetto a bias e valutazioni in scenari giuridici, mostrando che la funzione esercitata può associarsi a pattern di giudizio differenti in alcune condizioni. Non è una condanna morale di nessuno, è una constatazione cognitiva: il ruolo influenza il modo in cui si interpreta un caso. Ed è qui che, a mio avviso, si trova l’unico punto davvero rilevante, quello della garanzia, non la garanzia di una categoria o di una corrente, ma la garanzia del cittadino, che è l’unica di cui valga la pena preoccuparsi. Se è vero che ruoli diversi generano mentalità diverse, allora è plausibile che il sistema debba differenziare percorsi, formazione e identità professionale, non per sfiducia ma per coerenza funzionale. La separazione delle carriere può essere letta così, come un intervento organizzativo che riconosce la psicologia del ruolo e riduce la sovrapposizione cognitiva tra compiti strutturalmente differenti. In fondo, la domanda non è politica ma tecnica: vogliamo che chi giudica sia formato per giudicare e chi accusa sia formato per accusare, senza ambiguità di funzione? Se la risposta è sì, allora la separazione non è una bandiera, ma una misura di chiarezza istituzionale.





