Se la cronaca nera diventa un fenomeno per l’intrattenimento di massa
Antonio Mazzocchi sul Riformista scrive che negli ultimi decenni, il rapporto tra giustizia e mass media ha subìto una metamorfosi radicale, trasformando la cronaca nera da semplice dovere di cronaca a fenomeno di intrattenimento di massa. Quello che un tempo era il racconto giornalistico di un fatto di sangue si è evoluto in una spettacolarizzazione permanente, dove i salotti televisivi si sovrappongono e – spesso – si sostituiscono alle aule di giustizia. È il fenomeno del cosiddetto “tribunale del telecomando”, un palcoscenico mediatico in cui conduttori, opinionisti e criminologi da tastiera emettono sentenze inappellabili molto prima che i magistrati abbiano terminato le indagini preliminari.
La televisione ha scoperto che il delitto genera ascolti straordinari, a patto che venga narrato come una fiction a puntate. La realtà viene così piegata alle regole dello share: la complessità tecnica delle perizie scientifiche viene ridotta a pillole pop, il segreto istruttorio diventa un fastidioso ostacolo alla diretta, e il principio costituzionale della presunzione di innocenza viene sacrificato sull’altare dell’audience. Il pubblico a casa non è più un semplice spettatore, ma viene arruolato come giurato virtuale, spinto a schierarsi per l’uno o per l’altro contendente attraverso il televoto morale dei social network.
Un esempio emblematico di questa deriva è il caso del delitto di Garlasco, trasformato dai talk show in un’aula di tribunale permanente. Nei salotti televisivi l’opinione pubblica è stata divisa in due fazioni opposte: da un lato la “squadra” dei colpevolisti convinti sulla colpevolezza di Alberto Stasi; dall’altro un fronte alternativo che indica come colpevole Andrea Sempio. Questo sdoppiamento mediatico dimostra come la TV non si limiti a commentare i fatti, ma crei dei veri e propri processi con imputati scelti a favore di share. Questa narrazione polarizzata, purtroppo, non è priva di conseguenze sul mondo reale. Il rischio più grave è il condizionamento psicologico del tessuto sociale in cui il processo vero deve celebrarsi. Magistrati popolari e giurie popolari si muovono inevitabilmente in un ambiente contaminato da pregiudizi, dove il “sentire comune” è già stato orientato dalle clip pomeridiane.
Quando poi la verità processuale non coincide con la verità televisiva, si crea un pericoloso cortocircuito: la sentenza dello Stato viene percepita come ingiusta o inefficiente da un pubblico ormai fidelizzato alla narrazione dei talk show. Il “tribunale del telecomando” ha così ribaltato i canoni del diritto. Se nel codice penale il dubbio giova all’imputato, in televisione il dubbio alimenta il sospetto e giustifica nuove puntate. L’estetica del delitto, fatta di sigle ansiogene, primi piani drammatici e dettagli marcati, ha anestetizzato la sensibilità collettiva, trasformando il dramma umano in un format replicabile. Finché la giustizia spettacolo continuerà a garantire picchi di ascolti, e fino a quando il legislatore non interverrà con una norma che riesca a bilanciare il diritto all’informazione con il principio di presunzione di innocenza e il diritto alla riservatezza, la giustizia spettacolo continuerà a garantire picchi di ascolti, il telecomando resterà il martelletto di un giudice invisibile e spietato, capace di distruggere vite ben prima del terzo grado di giudizio.






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