Santa Alleanza dei repressori, se Putin va a lezione di censura a Teheran
di Ariel Piccini Warschauer.
Non è un’alleanza basata solo sulla geopolitica dei droni Shahed o sulle forniture di petrolio. Quello tra Mosca e Teheran è un patto di mutua sopravvivenza che affonda le radici nella paura più grande di ogni autocrate: la piazza. Mentre il regime iraniano vacilla sotto i colpi di una protesta generazionale ormai fuori controllo, il Cremlino non si limita a osservare con distacco. Studia. Analizza. E intanto prende appunti.
Il laboratorio del buio
Secondo l’analista Nikita Smagin, autore di Vsem Iran, Mosca sta trattando l’Iran come un gigantesco laboratorio a cielo aperto. Il focus non è la vittoria militare, ma l’ingegneria della repressione. L’obiettivo è capire come isolare completamente un Paese dal resto del mondo — niente Internet, niente telefoni, niente messaggistica — per evitare che “l’orrore delle violenze diventi strumento nelle mani dell’Occidente”.
Dopo l’invasione dell’Ucraina, la Russia ha accelerato vertiginosamente verso il modello iraniano di controllo della rete. Ma, come spesso accade nelle dittature tecnocratiche, “l’allievo ha già superato il maestro”. Se Teheran ha impiegato decenni a creare le sue “white list” (elenchi di siti autorizzati mentre il resto del web è oscurato), Mosca ha costruito in pochi mesi un sistema centralizzato più efficiente, capace di gestire servizi bancari e logistici anche in pieno blackout digitale.
La guerra ai satelliti di Musk
Uno dei capitoli più caldi della collaborazione riguarda la guerra elettronica. Quando le strade di Teheran si sono riempite, i terminali Starlink di Elon Musk hanno rappresentato l’unica crepa nel muro della censura. Il regime ha risposto con i jammer militari, disturbatori di frequenza capaci di accecare il segnale satellitare.
Qui lo scambio è bidirezionale: Mosca fornisce hardware sofisticato, l’Iran offre i dati del “collaudo” sul campo. Per il Cremlino, neutralizzare Starlink non è solo una necessità bellica in Ucraina, ma una misura di prevenzione interna: la garanzia che nessuna tecnologia straniera possa dare voce a una futura rivolta russa.
Blindati contro la democrazia
Il cinismo della Realpolitik moscovita emerge chiaramente dalle forniture belliche. Mosca ha recentemente inviato a Teheran elicotteri d’attacco e blindati Spartak Mrap. Questi mezzi non servono a difendere i confini iraniani da un attacco aereo israeliano o americano; sono progettati per resistere alle mine rudimentali e per operare nel caos urbano. Sono, in sostanza, armi da guerra civile.
Il limite del soccorso
Ma non bisogna farsi illusioni sulla “fratellanza” tra i due regimi. Putin non è disposto a morire per Teheran. Se la minaccia alla sopravvivenza degli Ayatollah dovesse farsi estrema, la Russia è pronta a farsi da parte, proprio come accaduto recentemente in Siria.
Il Cremlino vuole un partner forte, ma soprattutto vuole imparare a non fare la sua stessa fine. Perché se il velo cade a Teheran, il vento della rivolta potrebbe soffiare più forte anche sulle mura del Cremlino. E contro quel vento, non ci sono jammer che tengano.






