Rogoredo, commenti affrettati a caldo e prima di conoscere bene i fatti
Un giorno fa ho scritto che sulla vicenda di Rogoredo in troppi hanno parlato e troppo alla svelta. Anche MicroMega ha commentato affermando che in molti si sono espressi prima ancora che si sapesse che cosa era realmente accaduto.
La vicenda di Rogoredo offre un piccolo compendio di come l’estrema destra (non) concepisce lo Stato di diritto. Immediatamente dopo che la notizia di un giovane assassinato da un poliziotto in una delle piazze di spaccio milanesi è iniziata a circolare abbiamo assistito a una spudorata solidarietà “senza se e senza ma” al poliziotto, una difesa d’ufficio ancora prima che si sapesse cosa fosse davvero accaduto. Campione assoluto, ovviamente, Matteo Salvini (nella foto) che, forse temendo che i suoi iniziassero a sentire la mancanza di Vannacci, twitta: “Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Tutto sbagliato! Nel nuovo pacchetto sicurezza abbiamo previsto una norma che eviti che gli agenti vengano automaticamente indagati dopo essersi difesi. Io sto col poliziotto”. La versione del poliziotto accolta dunque come oro colato, le indagini considerate un fastidio che va tolto di mezzo con il cosiddetto scudo penale (previsto appunto dal nuovo decreto sicurezza appena entrato in vigore).
Poi, quando i fatti hanno iniziato a incrinare quella versione, la repentina inversione: il singolo trasformato in traditore della divisa e della patria, la richiesta di pene esemplari, la presa di distanza indignata. Sempre Salvini: “Se uno su centomila commette un reato per me paga e paga anche il doppio perché manca di rispetto ai suoi colleghi che oggi stanno rischiando la vita in strada per contrastare spacciatori ladri e delinquenti”. Dalla beatificazione preventiva al capro espiatorio il passo è breve. Non interessa la verità dei fatti, ma avere immediatamente un eroe o un colpevole funzionale alla propaganda del momento.
E ovviamente se il colpevole appartiene alla categoria “giusta” diventa la classica “mela marcia”, esattamente l’opposto di quanto avviene con altre categorie di persone che sono colpevoli “in gruppo”. Ora può darsi, certo, che si tratti di un caso isolato in un sistema perfettamente sano. Ma forse anche qui converrebbe avere un minimo di pazienza e aspettare prima di distribuire assoluzioni collettive. Perché dalle prime ricostruzioni emerge il ritratto di un poliziotto che intimidiva spacciatori e persino colleghi. E se un contesto tollera a lungo comportamenti di questo tipo, forse il problema non è solo la mela ma anche il cestino.
A rimanere sullo sfondo, in questa vicenda, è la vittima: Abderrahim Mansouri, 28 anni, nelle cronache viene spesso evocato senza nome, ridotto semplicemente a “il pusher” (o, nel caso del nostro vicepresidente del consiglio, sobriamente, “il balordo”). Come se questo bastasse a renderne la morte meno grave. Ma lo Stato di diritto ha una caratteristica che evidentemente continua a risultare indigesta a una certa parte della destra: davanti alla legge siamo tutti uguali. Il che significa che un reato resta un reato indipendentemente dalla biografia morale o penale della vittima (al netto ovviamente di eventuali circostanze attenuanti o aggravanti)


