Riscoprire il valore della parola mi fa tornare in mente Giuseppe Ungaretti
Roberto Pizzi.
L’odierno articolo di Stefano Bisi che cita il monaco Enzo Bianchi, gli scrittori Italo Calvino e Gianrico Carofiglio, come esempi da seguire per usare correttamente ed opportunamente il linguaggio pubblico, mi riporta alla mente anche un grande poeta della Lucchesia, che si chiamava Giuseppe Ungaretti. Personaggio controverso, nelle varie stagioni della sua vita, che merita un ricordo per l’intensità dei suo versi, in particolare per quelli avari, formati di poche parole, che arrivano ancora alle nostre orecchie con l’intensità del tuono.
Era nato ad Alessandria d’Egitto nel 1888, da genitori lucchesi, emigrati in Africa (il padre fu operaio per i lavori di scavo del Canale di Suez e la madre, rimasta vedova ben presto, dovette provvedere al mantenimento della famiglia, gestendo un forno). Di lui voglio ricordare lo spiritoinquieto e libertario che lo portò – appena rientrato in patria dall’Egitto – a far parte della “Repubblica di Apua”, così definita dall’immaginifica penna del poeta repubblicano CeccardoRoccatagliata Ceccardi, la quale era una famiglia culturale formata da personalità di rilievo nell’ambito di attività diverse, dalla letteratura, al sindacalismo, alla storia L’affinità intellettuale che univa i membri di questo gruppo cominciò a incrinarsi quando si pose il dilemma della partecipazione dell’Italia alla Grande Guerra, scelta che poi portò alla diaspora definitiva. Un’ ultima occasione di unione di questi intellettuali, o come fu scritto: l’ultima “apuanata”, fu la turbolenta serata al caffè Margherita, di Viareggio, animata proprio da Ungaretti. La sera del 20 settembre passerà alla storia come la famigerata “rissa del Margherita”. Ungaretti ed alcuni membri della “Repubblica di Apua”, erano seduti ai tavoli del Caffè, quando proprio il poeta lucchese fece un gesto irridente e irriguardoso a quei frequentatori del locale che si erano alzati in piedi al suono della Marcia Reale. Un sottotenente del 14° Cavalleggeri di Treviso di stanza a Lucca, che gli era accanto, lo colpì con un violento schiaffo. A sua volta Ceccardo RoccatagliataCeccardi vendicò il poeta colpendo sulla guancia l’ufficiale, con il suo frustino dal manico d’argento che portava sempre con sé. Scoppiò un furioso corpo a corpo con gli altri avventori e la devastazione del locale sulla passeggiata lungo mare, da poco inaugurato. Ungaretti fu portato in Questura e trattenuto. Uscito dal Commissariato, ritenne che fosse meglio “cambiare aria” e lasciò Viareggio per Milano. Come noto Ungaretti fu combattente volontario nella I Guerra Mondiale; corrispondente da Parigi del giornale Il Popolo d’Italia, insegnante di lettere a San Paolo del Brasile e all’Università la Sapienza di Roma. Morirà a Milano nel 1970.
Del poeta voglio ricordare questa poesia, dal titolo “Commiato” che appartenne alla sua prima stagione letteraria racchiusa nella raccolta Allegria (1919). Fu scritta a Locvizza il 2 ottobre 1916,in forma di lettera all’amico Ettore Serra, un giovane ufficiale conosciuto sul fronte.
Essa nasceva da uno scavo interiore, dall’incontro con quell’abisso insondabile che è dentro di noi nel quale non vi è silenzio, ma una riserva inesauribile di parole. La parola, dice Ungaretti, “non riesce mai a svelare il segreto che è in noi, lo avvicina” e pertanto va usata con la massima cautela, piuttosto preferendole il silenzio.
Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso.
Certamente non tutti hanno la stessa sensibilità poetica, tuttavia personaggi che hanno ruoli di responsabilità nella società dovrebbero stare attenti alle esternazioni pubbliche. Il contrario di ciò che invece accade in questi tempi indecifrabili dove i media – in particolare il tubo catodico che entra nella case di tanti – dispensa frastuoni invece che stimoli di approfondimento, facendoci ricordare il passato nostrano delle lotte fra guelfi e ghibellini.
Del monaco Enzo Bianchi, opportunamente citato da Bisi, ricordo anche uno scritto dal titolo Chi ricorda non mente “, in cui si diceva che la perdita della memoria è soffrire il furto della vita stessa. Essa è l’esile filo ci tiene legati al passato. Non é facile questo rapporto, perché corriamo sempre due pericoli di segno opposto: quello di restare prigionieri del passato; oppure quello di non riconoscerlo. Nel nostro presente s’intrecciano passato e futuro. Ma senza finire in un culto della memoria dobbiamo aprire un futuro al passato. “La memoria consente di mutare non il passato, ma il futuro”. Pur correndo il rischio di essere etichettato come un laudator temporis acti, figura nella quale non mi ritrovo concettualmente, ma con lo spirito indicato dal saggio monaco, voglio concludere con il ricordo di un interessante e scomodo personaggio della nostra politica, che fu definito “Cassandra”, il quale nel 1973 provocò la crisi del II governo Andreotti, anche perché contrario all’introduzione della Tv a colori in Italia, che giudicava prematura per il Paese. Questo politico si chiamava Ugo La Malfa, che prevedeva i guasti futuri, che puntualmente si sarebbero verificati dall’uso distorto dei nuovi sistemi mediatici. Il rimpianto è in genere un sentimento sterile, ma forse, potrebbe essere utile a tutti nello spirito di quella frase francese reculer pour mieux sauter; ossia arretrare per prendere la ricorsa e saltare più in alto.





