#CULTURA

Riflessioni sul tricolore e le sue interpretazioni

Roberto Pizzi.

La legge n. 671 del 31 dicembre 1996 stabilì che la giornata in onore della nostra bandiera  tricolore andasse celebrata ogni 7 gennaio, come avvenuto anche quest’anno. 

Fu infatti in quel giorno del lontano 1797, a Reggio Emilia, che il segretario della Repubblica Cispadana, Giuseppe Compagnoni, ex sacerdote –  spretatosi in quanto contrario al potere temporale del papato – propose il Tricolore, come vessillo  del  nuovo  Stato libero. La sua proposta fu accettata   da tutti i parlamentari del Congresso, riuniti in Municipio, i quali decretarono che si rendesse “universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di tre colori, Verde, Bianco e Rosso eche questi tre colori si usassero anche nella Coccarda, che doveva essere portata da tutti. Al centro della fascia bianca della bandiera vi era lo stemma della Repubblica, un turcasso (o faretra) contenente quattro frecce, circondato da alloro e ornato da un disegno di armi, a simboleggiare l’unione di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia. Le lettere “R” e “C”, poste ai lati erano le iniziali di “Repubblica Cispadana”. Nasceva così il Vessillo Nazionale, con i colori disposti in tre strisce orizzontali: il Rosso in alto, il Bianco in mezzo, il Verde in basso.  Qualche mese dopo la bandiera fu adottata da Bergamo e Brescia e poi dalla neonata Repubblica Cisalpina. Le sue bande erano disposte talvolta verticalmente all’asta, con quella verde in primo luogo; a volte orizzontalmente, con la verde in alto; a cominciare dal 1° maggio 1798 furono poste soltanto verticalmente. Diversi storici ritengono, comunque, che l’inizio della gestazione della nostra bandiera avvenisse qualche  anno prima ad opera dei  due studenti De Rolandis e Zamboni, i quali il 14 novembre 1794 a Bologna (che fece parte dello Stato Pontificio fino al 1860) affissero  manifesti contro il governo e distribuirono  delle coccarde bianche rosse e verdi (da loro ideate), ispirate alla bandiera francese, che erano l’allegoria del trinomio: Libertà, Uguaglianza, Fratellanza. 

Luigi Zamboni (1772-1795) era nato nel capoluogo emiliano (a lui è dedicata la via che conduce dalle Due Torri all’Università); Giambattista De Rolandis (1774- 1796) era originario di Asti. Arrestati e incarcerati  dalla polizia papalina,  Zamboni fu trovato morto (il 19 agosto 1795) nella cella denominata “inferno”, strangolato, a quanto sembra per ordine espresso della polizia; De Rolandis venne impiccato il 23 aprile 1796, alla “Montagnola” di Bologna, dopo atroci torture.Questo luogo – deputato ad essere un ameno parco pubblico – assunse fama sinistra per la feroce esecuzione. 

Successivamente, le numerose repubbliche giacobine italiane del 1796, attraversate dalle armate napoleoniche, adottarono bandiere con tre fasce di uguali dimensioni, chiaramente ispirate al modello francese del 1789. Sia stata o no imitazione di quella francese, la “rivoluzione” italiana risale a quegli anni, quando si produssero importanti  leggi definite “antifeudali”: si pensi al Codice Civile del 1804; all’instaurazione di nuovi rapporti di proprietà nell’agricoltura; alla libertà di stampa; all’apertura del ghetto romano del 17 febbraio 1798 (i cancelli del quale erano chiusi dal 1555). Era questa l’Italia nascente alla quale, però, il trattato di Campoformio (1797) dava un colpo alle illusione di una sua liberazione per mezzo dei francesi. Le “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, racconto epistolare della delusione politica del Foscolo, sono lo specchio della amarezza e della collera di fronte alla cessione francese di Venezia all’Austria, in spregio della volontà popolare. Si rafforzò allora una corrente antifrancese decisa a contare solo sulle proprie forze, che giungerà a Mazzini e sarà fissata nel suo disegno di una democrazia costituzionale e popolare. Resta aperto il giudizio sulla figura di Napoleone: fu un liberatore dei popoli in quanto figlio della Grande Rivoluzione,  od unopportunista alla ricerca del potere che da giacobino si farà poi incoronare imperatore? Nato dalla Grande Rivoluzione, lui stesso la seppellirà,  dopo avere sparpagliato i semi di una libertà che continueranno a crescere anche durante la Restaurazione. Se, poi, la sua “fu vera gloria”, come si domandava il Manzoni, resta valida la risposta dello stesso scrittore nella sua ode “Il cinque Maggio”: ai posteri l’ardua sentenza.

Alla fine dell’era napoleonica   il nostro tricolore era stato rimpiazzato dalle bandiere degli stati regionali restaurati. Fu ripreso, nella sua variante rettangolare, dai patrioti dei moti del 1821 e del 1831. Mazzini lo scelse come bandiera per la Giovine Italia e fu subito adottato anche daigaribaldini. Durante i moti del 1848-49 il Piemonte fece aggiungere nel centro della bandiera lo stemma sabaudo (uno scudo con croce bianca su sfondo rosso, orlato d’azzurro) che fu la bandiera del Regno d’Italia fino al referendum del 2 giugno 1946, quando il Paese divenne Repubblica.

Lo storico Enrico Ghisi nel 1912 diede alle stampe il libro “Il Tricolore Italiano;1796 – 1870”, in cui ricostruiva  a modo suo la genesi della bandiera, collegandola alle tre virtù teologalidel catechismo cattolico, basandosi su alcuni versi del  Purgatorio di Dante. Nel gennaio 1986, nell’ambito di una querelle  su quale città avesse dato i natali al Tricolore, l’allora primo cittadino di Milano Carlo Tognoli affermò che “andando a ritroso”, sulla bandiera se ne scoprivano “di tutti i colori” e, dopo varie curiosità, si richiamò proprio al Ghisi. A smitizzare la storia del Tricolore, vi fu anche chi mise in dubbio il collegamento con la bandiera “sorella” francese, sostenendo che già nel 1633 la milizia urbana della Milano spagnola aveva una divisa bianca, rossa e verde, che sarebbe la vera origine del Tricolore, situandolo quindi nel seno della Hispanidad cattolica  con buona pace dei cittadini di Reggio Emilia. La bandiera italiana sarebbe quindi frutto di quell’Italia poi “neoguelfa” che si sciolse come neve al sole, in pochi attimi, quando Pio IX sconfessò i cattolici impegnati nel Risorgimento e vietando loro, con il non expedit ogni collaborazione con lo Stato italiano. La frattura col mondo cattolico sarebbe stata risanata, poi, dal Concordato con Mussolini, del febbraio del 1929, che importanti storici videro come l’affossamento dei valori del Risorgimento italiano.

Ma vi fu anche chi scorse nel tricolore l’origine laica,  ben più plausibile – data la sostanziale avversione dello Stato Pontificio all’Italia nascente – ed  alimentata anche da quel “convitato di pietra” presente in quegli anni, ossia la Carboneria, con la sua prosecuzione della Massoneria.

In questo filone rientrano due famosi poeti: Giovanni  Pascoli (1855-1912),  e Giosuè Carducci (1835-1907).   Nella loro produzione letteraria vi fu una parte poco conosciuta, quasi rimossa, tantoche  Elemire Zolla ne parlò come un  prodotto della nostra  migliore letteratura, quella laica “sotterranea e segreta, perché a differenza degli inglesi e dei tedeschi” aveva “dovuto sottrarsi alla censura cattolica”. Pascoli, nel suo studio di Barga, aveva tre scrivanie, una per le poesie, la seconda per le traduzioni, una per la critica dantesca. Ed era  su quest’ultima che scrisse la trilogia Minerva oscura, Sotto il velame , La mirabile visione, densa di esoterismo (cioè, riservata a pochi soggetti) alla quale si aggiunsero i Poemi del Risorgimento. Inno a Roma. Inno a Torino. In unostudio di Carlo Gentile si afferma che Pascoli riteneva il tricolore italiano di origine massonica. 

Fra la rivendicazioni laiche e  massoniche sull’origine della bandiera, utile sintesi  èofferta dall’altro poeta, Carducci, ascrivibile alla Lucchesia  oltre che per la nascita a Valdicastello (Pietrasanta) per le nozze della figlia maggiore, Beatrice, con il lucchese Carlo Bevilacqua, professore di matematica. A detta di autorevoli studiosi fu proprio Carducci  a farsi carico di cementare l’unificazione politica degli italiani intorno al Tricolore. La sua raccolta antologica “Letture del Risorgimento” (1895-96) confermò la sua egemonia nella formazione della coscienza nazionale. Egli educò laicamente al culto della Patria, a viso aperto, rivendicando con forza la sottrazione di Roma al dominio papalino. Il tono anticlericale delle sue poesie trovava la sua massima espressione nell’Inno a Satana, che non fu un richiamo all’occulto e al nebuloso. Il demonio, rappresentato dalla locomotiva, era simbolo della ragione umana che costruiva il progresso per tutti. Il 7 gennaio del 1897, nel discorso per il primo centenario del Tricolore a Reggio Emilia, interpretò il bianco, rosso e verde ricordando le “tre sacre virtù” teologali dei versi del Purgatorio che descrivono l’apparizione nel giardino dell’Eden di Beatrice, vestita di rosso, con un mantello verde e un velo bianco, coronata di ulivo, laicizzandole in chiave patriottica. L’opera di Dante – che, pur guelfo di stirpe, fu definito da Foscolo “ghibellin fuggiasco”, cioè nemico del Papato, nonveniva certo interpretata con intenzione bigotta. Carducci  collegava il tricolore alla religione civile del Risorgimento, permettendo  ai “sussidiari” delle scuole elementari di insegnare chenel vessillo dell’Italia ci sarebbe il verde per ricordare i nostri prati, il bianco per le nostre nevi perenni, ed il rosso in omaggio ai soldati che sono morti in tante travagliate guerre.

Ecco cosa disse, a Reggio Emilia: «Sii benedetta! …. benedetta nella battaglia e nella vittoria, ora e sempre, nei secoli! Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci, nel santo vessillo; ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all’ Etna; le nevi delle alpi, l’aprile delle valli, le fiamme dei vulcani... E subito il popolo cantò alla sua bandiera ch’ ella era la più bella di tutte e che sempre voleva lei e con lei la libertà» .

Il Tricolore, dunque, nobile simbolo dell’unità d’Italia, nonostante la dissacrante penna di un altro letterato nostro corregionale, Curzio Malaparte, che nel celebre libro “Maledetti toscani” scrivevache anche questo drappo andava a finire a Prato, dove venivano riciclati tutti gli stracci: divise militari, vesti regali, abiti papali….. ed anche  la stoffa delle bandiere , inclusa quella che a noi è invece cara   e che ogni anno, nel primo mese dell’anno, onoriamo volentieri .

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