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Referendum sulla giustizia tra conversioni improvvise e storie personali

di Biagio Marzo.

Il Consiglio dei ministri ha stabilito che il referendum confermativo sulla riforma della giustizia si svolgerà in due giorni — da domenica a lunedì, con chiusura alle ore 15 — ma mese e date non sono ancora noti. Nel frattempo si accumulano rumori di fondo e menzogne a gogò. A modo mio, pur non essendo un giurista, ho cercato di chiarire le ragioni della cosiddetta riforma della giustizia: separazione delle carriere, sdoppiamento del Csm e istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Il mio punto di vista segue quanto hanno scritto e sostenuto Sabino Cassese e Augusto Barbera dei quali mi fido ciecamente, avendo conosciuto quest’ultimo come presidente della Bicamerale per le questioni regionali.

Mi affido alla loro cultura giuridica e, per questo, voto convintamente Sì, così come loro hanno argomentato a favore della riforma. Lungi da me l’idea che il mio voto affermativo serva a rafforzare il governo di Giorgia Meloni, sebbene debba ammettere che senza di lei questa riforma probabilmente non avrebbe visto la luce. Chi avrebbe mai detto che Fratelli d’Italia — partito storicamente “manettaro”, pronto a esaltarsi a ogni tintinnar di manette (Bibbiano, scandalo Banca Etruria…) — e che la stessa Meloni, spesso incline a toni da show più che da riflessione, si sarebbe “immolata” per far approvare la separazione delle carriere, segnando il passaggio definitivo dal codice inquisitorio a quello accusatorio? A ciò si aggiungono il doppio Csm — uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici — e l’Alta Corte disciplinare, che sostituisce l’attuale Commissione disciplinare del Csm, un luogo dove troppo spesso i “brutti e sporchi” finivano per diventare tutti belli. Convinto di votare Sì su questa riforma, resto invece contrario ad altre: all’autonomia differenziata, la cui legge penalizza il Mezzogiorno d’Italia e contro la quale ci siamo mobilitati e ci mobiliteremo ancora; e, last but not least, al premierato, tanto caro alla premier Meloni, ma sul quale ci batteremo con le unghie e con i denti. Chi viene colpita al cuore, però, è l’Associazione nazionale magistrati, il cui potere le ha consentito per anni di mettere becco tanto nelle leggi del Parlamento quanto nell’azione del governo. Un potere enorme, concentrato in un’associazione privata che ha fatto politica attraverso le correnti interne, impegnate nella spartizione delle cariche, nei trasferimenti dei magistrati e in molte altre vicende — interne ed esterne — che non rientravano nelle sue competenze. 

Quanto al ministro Carlo Nordio, lo conosco bene non come editorialista garantista de Il Messaggero, ma per il suo passato da pubblico ministero a Venezia. Gianni De Michelis fu indagato sul nulla, e una delle scelte più scellerate dell’attuale ministro fu l’interrogatorio iniziato al mattino e protrattosi fino all’ora di punta, quando nei pressi della Procura — Santa Croce, Fondamenta delle Burchielle — i veneziani passeggiavano ignari. La folla inveì contro Gianni, che fino a poco prima acclamava come un “Doge”. Questo accadeva ben prima dello squadrismo rosso e nero — comunista e fascista — e dei lanci di monetine contro Bettino Craxi, che ricordano le lapidazioni: una pena di morte collettiva ereditata dall’antichità. Piazzale Loreto sembra inscritta nel costume nazionale, almeno a giudicare dagli episodi ricordati. Nordio farebbe bene a non citare l’episodio di Santa Croce, dal momento che avrebbe potuto far uscire l’allora ministro socialista da una porta secondaria. Fermiamoci qui, evitando — per amor di patria — di ricordare la sua inchiesta sulla Lega delle Cooperative, finita archiviata con lo stupore di pochi. La riforma non conclude il suo percorso con il voto del Senato: lo conclude con il referendum confermativo. Un referendum che non è di schieramento, perché attraversa gli schieramenti; non è ideologico né politico, perché chiama gli elettori a decidere se una legge vada confermata o bocciata, indipendentemente da maggioranza e opposizione.

Di fatto, non vincerebbe la Meloni: vincerebbero semmai gli italiani, scegliendo una riforma che riequilibra i poteri e rafforza lo Stato di diritto. Infine, i circa 9.000 magistrati sanno benissimo che la loro autonomia e indipendenza non saranno minimamente scalfite: l’articolo 104 della Costituzione resta intoccabile, come una statua sacra. Chi sostiene il contrario è in malafede, e questo depone male tanto per la magistratura inquirente quanto per quella giudicante. Con la riforma, il giudice viene finalmente riportato al ruolo di arbitro, e non — come accade oggi — di arbitro senza fischietto, privo della possibilità di ammonire, lasciando tutto il potere al pubblico ministero, una sorta di tuttofare del potere accusatorio, che prospera quando la politica è debole e declinante, con la “p” minuscola. Il resto è noia — anzi, un polverone strumentale e accecante, sollevato ad arte. In primis dal Partito Democratico. Per amore di verità, colpisce la conversione improvvisa di chi si è adeguato al verbo di Elly Schlein (nella foto), la cui storia familiare annovera il nonno socialista Agostino Viviani, garantista convinto e teorico della separazione delle carriere. 

Coloro che hanno liberamente aderito al Comitato Vassalli per il Sì guardano con dispiacere ai laici — liberali e socialisti — che votano No. Ed è forse qui il punto conclusivo: non si tratta di fedeltà identitarie o di riflessi di appartenenza, ma di scegliere se rafforzare le regole del gioco democratico. Diradata la nebbia, resta una domanda semplice: vogliamo una giustizia più equilibrata e credibile? È a questa domanda, e solo a questa, che il referendum chiede di rispondere.

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