Referendum, al ministro della Giustizia gioverebbe uno stile più istituzionale
Biagio Marzo.
Il referendum del 22 e 23 marzo non sarà un giudizio divino, ma un passaggio democratico in cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi su una riforma costituzionale destinata a incidere sull’organizzazione della magistratura, introducendo la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Perché una parte del Paese — che sia maggioranza o minoranza lo si saprà solo dopo lo scrutinio — si oppone alla riforma? Uno dei principali terreni di scontro riguarda lo sdoppiamento del Csm e l’ipotesi di selezione dei membri tramite sorteggio, meccanismo inedito che ridimensionerebbe il peso dell’Associazione Nazionale Magistrati, soggetto privato ma capace di esercitare un’influenza significativa sugli equilibri interni dell’autogoverno.
Nel mirino del fronte del No c’è soprattutto il ministro della Giustizia Carlo Nordio (nella foto), divenuto bersaglio polemico e, talvolta, protagonista di un confronto diretto con gli avversari del Sì. In quanto Guardasigilli, gioverebbe forse uno stile più istituzionale e “anglosassone”, improntato al fair play: ne trarrebbero vantaggio la credibilità personale e la causa stessa della riforma. Tuttavia il nodo centrale non è il ministro, bensì una campagna referendaria che raramente entra nel merito e preferisce muoversi sul terreno politico-propagandistico, dove i due schieramenti si scontrano duramente a scapito dell’analisi dei contenuti. La maggioranza tende a strumentalizzare fatti di cronaca criminale per sostenere le proprie tesi, talvolta con interpretazioni ad usum Delphini, mentre esponenti istituzionali commentano sentenze con l’effetto di delegittimare i magistrati. L’opposizione, dal canto suo, indulge spesso nella dietrologia, intravedendo ovunque disegni egemonici: si sostiene, ad esempio, che la revisione di alcuni articoli costituzionali preluda a un premierato capace di svuotare il Parlamento e rafforzare eccessivamente l’esecutivo.
Persino il Presidente della Repubblica viene talvolta descritto come destinato a un ruolo marginale. Argomentazioni che appaiono più come strumenti polemici che come analisi giuridiche fondate. Va ricordato, invece, che l’indipendenza della magistratura resta presidio costituzionale inderogabile. L’articolo 104 della Costituzione stabilisce che l’ordine giudiziario costituisce un potere autonomo e indipendente da ogni altro potere dello Stato e che i magistrati sono soggetti soltanto alla legge. Nessuna riforma ordinamentale può sovvertire questo principio senza violare l’architettura costituzionale stessa. La riforma introduce inoltre un’ulteriore innovazione: una Corte disciplinare di rango costituzionale competente sui procedimenti disciplinari a carico dei magistrati, distinta dall’attuale CSM. Si tratta di un elemento che meriterebbe un confronto tecnico più approfondito di quanto non avvenga nel dibattito pubblico, spesso dominato da slogan contrapposti. In verità, né a destra né a sinistra il garantismo è stato sempre coerente: non sono mancate, specie negli anni di Tangentopoli, pulsioni giustizialiste trasversali. È servito tempo perché si attenuassero; e quel “Termidoro” della stagione emergenziale è arrivato solo in forma parziale, quasi un Termidoro minore, segno che nello Stato di diritto italiano il garantismo resta più evocato che praticato. La posta in gioco del referendum, dunque, non è la salvezza o la rovina della giustizia, ma la maturità del confronto pubblico: se prevarrà la propaganda, avremo perso tutti; se vincerà il merito, qualunque sarà l’esito delle urne, avrà vinto la democrazia.


