Quel salotto buono della borghesia dai tempi di Enrico Cuccia a oggi
“Abbandona senza gloria la Borsa quello che nel XX secolo era stato lo snodo di potere più importante del capitalismo italiano, conforme al cliché che i giornali ripetevano «il salotto buono della borghesia», naturalmente collocato a Milano”. E’ il commento di Stefano Lepri sulla Stampa ricordando che “Mediobanca era stata una banca a partecipazione statale che però si poneva il compito principale di proteggere i gruppi azionari privati da possibili ingerenze del potere politico. Privatizzate poi le banche, il suo qualificatissimo azionariato privato era rimasto a rappresentare l’élite delle grandi imprese, tanto che Silvio Berlusconi si era ritenuto onorato di esservi ammesso con una quota del 2% dopo una lunga battaglia (vendette poi nel 2021). Ora non serve più, viene gettata via, e la toglie dai listini una coalizione di potere tra pubblico e privato gradita a chi comanda oggi a Roma. Finanza laica, si diceva anche, benché a capo di Mediobanca ci fosse un personaggio come Enrico Cuccia che andava a messa tutte le mattine; lui trattava casomai direttamente con il Vaticano e non con il potere diffuso democristiano delle Casse di Risparmio. Nella nostra storia economica – ricorda Lepri – Cuccia era stato qualificato di regista o di burattinaio, e fino agli anni ’90 si era avvicinato molto ad esserlo, con molti successi e alcuni errori, come la Montedison. Il ruolo di Mediobanca cambiò proprio nel periodo che per il capitalismo privato avrebbe potuto rappresentare un trionfo. Lo smobilizzo delle aziende a partecipazione statale ormai cariche di debiti, con lo scioglimento dell’Iri, attuato da Carlo Azeglio Ciampi e poi da Romano Prodi, non trovò una generazione di imprenditori privati capaci di prendere la mano. Lungo gli anni ’90 Cuccia, ormai anziano, non capì la globalizzazione. Invece di aiutare le grandi aziende italiane a internazionalizzarsi le incitò a sfruttare le cessioni di aziende di Stato per costruire posizioni di forza nel settore dei servizi in Italia. Fu così che al funerale di Cuccia, a Meina sul Lago Maggiore nel giugno del 2000, il «salotto buono» non c’era. Intanto i suoi allievi e successori, quasi a voler dimostrare che non si rivolgevano soltanto ai vecchi soliti potenti, avevano appoggiato la scalata a Telecom Italia di Roberto Colaninno e dei suoi uomini nuovi che con il tempo si rivelò un disastro dal punto di vista industriale. Chissà con qualche ingegnere elettrotecnico in squadra si sarebbe fatto di meglio”.





