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Quel cuore mai trapiantato e il dovere di dire: “Abbiamo sbagliato, soffriamo quanto voi”

Da qualche giorno si parla del caso del bambino di Napoli in attesa del trapianto di cuore che non è stato effettuato. Sul Corriere della Sera Giuseppe Remuzzi commenta il caso: “Una volta (dai tempi del trapianto di cuore fatto da Christiaan Barnard in Sud Africa alla fine degli anni ’60) la valigetta per il trasporto era come quelle del picnic con dentro due o tre sacchetti di ghiaccio. Ci si adagiava con grande garbo il cuore che però in questo modo riusciva a resistere per un paio d’ore soltanto. Ma dal momento che non sempre si riusciva a organizzare il trapianto entro le due ore, tre volte su dieci i cuori che si prelevavano finivano per non essere trapiantati. Da allora è cambiato tutto, oggi la valigetta che trasporta gli organi è una sorta di piccola terapia intensiva, capace di conservare gli organi a lungo — cinque-sei ore ma anche dieci se serve — grazie a soluzioni ossigenate e arricchite di sostanze nutritive che perfondono gli organi anche durante il trasporto. Una valigetta così costa tantissimo e costa anche trasportarla ma in questo modo il cuore, ma vale per qualunque altro organo, non subisce danni e i risultati del trapianto migliorano. Trasporto e sistemi di perfusione sono ancora più complessi per il fegato. Le valigette che trasportano i reni sono le più collaudate. E poi c’è il polmone, l’organo più delicato, che come potete immaginare è anche il più difficile da trasportare e tante, troppe volte deve essere scartato. Nel caso del bambino di Napoli qualcosa (forse più di qualcosa) non è andato per il verso giusto durante il trasporto di quel piccolo cuore. Questo ormai sembra essere accertato ma si potrà dire di più solo quando si saprà come sono andate davvero le cose. Per ora l’unica cosa che mi sentirei di poter suggerire in questo momento è che quando qualcosa non va per il verso giusto ne dobbiamo parlare apertamente con i parenti a maggior ragione se si tratta di un bambino. È difficile lo so, ma dobbiamo imparare a farlo: ‘ho sbagliato’ oppure ‘abbiamo sbagliato, soffro quanto voi in questo momento e me ne prendo la responsabilità’”.

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