#CULTURA

Pro e contro Emilio Salgari

Luciano Luciani.

Scrittore torrentizio, Emilio Salgari (1862 – 1911): nel corso di neppure un quarto di secolo di scrittura produsse oltre 150 romanzi e un’ottantina di racconti, per non parlare di non si sa bene quante pagine pubblicate sotto pseudonimo. Ignorato dalla severa critica letteraria del suo tempo per il suo stile elementare e approssimativo, guardato con sospetto da pedagogisti ed educatori a causa delle sue storie intrise d’azione e di violenza, fu invece amato da generazioni di giovani lettori che ne apprezzavano l’ispirazione appassionata, l’energia narrativa, i personaggi eroici e il racconto di scenari e atmosfere dal marcato colorito esotico. E se Grazia Deledda (1871 – 1936), futuro premio Nobel per la letteratura, nel 1896 lo definì il “Verne italiano”, Gaetano Salvemini (1873-1957), storico e politico meridionalista, non poteva sopportare Emilio Salgari (1862-1911): sosteneva, infatti, che i giovani fascisti proprio dai suoi libri avessero ricavato l’idea dell’azione esaltata per se stessa, la celebrazione dell’ardimento, il gusto per il pericolo, l’esaltazione della forza fisica e della violenza… Un giudizio, insieme, vero e sbagliato: sì, il fascismo, come fece per tanti altri autori, tentò di appropriarsi anche di Salgari e dei suoi personaggi, ma lo scrittore, ovviamente, non c’entrava nulla. Più suggestiva, invece, lettura di un Salgari antimperialista e paladino della libertà dei popoli, compiuta da alcuni scrittori latino – americani come il cileno Luis Sepulveda o il messicano Paco Ignazio Taibo II. Non dimentichiamoci, poi, di quanto scriveva il cubano Ernesto Che Guevara alla figlia Hilda, a cui, da bambina, leggeva le avventure di Sandokan: “Salgari è stato il mio amore alla tua età. Diventerà anche il tuo.” È, forse, troppo azzardato individuare una linea ideale di continuità tra Garibaldi e Guevara attraverso il trait-d’union, rappresentato dai romanzi di Salgari?

È stato uno studioso dei moderni processi di comunicazione, Omar Calabrese, a cogliere, anni fa, nelle figure e nelle avventure di Sandokan e del Corsaro Nero la reincarnazione dello spirito dell’Eroe dei due mondi: l’Italia, al tempo di Salgari unita solo da pochi anni, vibrava ancora delle memorie patriottiche, risorgimentali, garibaldine. L’epopea del combattente in camicia rossa, soprattutto il Garibaldi marinaio e guerrigliero che aveva entusiasmato l’Europa democratica, l’opinione pubblica inglese e nordamericana e romanzieri come Dumas, affascinava i giovani delle prime generazioni dell’Italia unita che continuavano a guardare all’Eroe dei Due Mondi come a un modello di umanità alta, eroica, disinteressata. Dietro il Corsaro Nero e la Tigre della Malesia vi sono molti tratti della percezione che gli italiani post – unitari avevano di Garibaldi: cioè, del maggiore esponente di quello spirito risorgimentale – romantico che aveva agito potentemente nel costruire l’unità e l’indipendenza, ma che appariva ormai depresso e avvilito nella mediocrità borghese dell’Italietta umbertina e che era destinato a rivivere e sopravvivere solo nel sogno, nel rimpianto, nel mito e nell’avventura sulla pagina. Certo, nessuno può negare che Salgari sia stato uno scrittore con gravi debolezze letterarie, una specie di incontenibile prolissità narrativa… Probabilmente veniva pagato un tanto a riga, quindi cercava di allungare le trame eccedendo nei dialoghi, spesso lunghi e talora superflui, allo scopo di aumentare le pagine e quindi i proventi. Si notano, poi, non poche debolezze nelle descrizioni degli ambienti e anche un approccio superficiale nel trattare psicologicamente i personaggi, soprattutto quelli secondari. Ma se questi sono i suoi difetti, le virtù sono senz’altro maggiori. Tra le altre, l’abilità nel creare protagonisti indimenticabili; una capacità di inventare sviluppi narrativi, avventure, peripezie poche volte viste nella storia della nostra letteratura; un’attenzione sincera per il sapere scientifico, dalla geografia a tutte le scienze naturali; una perizia fuori dal comune nel saper costruire la continuità di una tensione drammatica senza pause.

E poi Salgari è stato uno scrittore fondamentale nella formazione della personalità e dell’etica di generazioni di giovani italiani: la ricerca e la difesa di una causa giusta, il valore del coraggio, il culto dell’amicizia e della fedeltà nell’amicizia… Lo straordinario sentimento che unisce Sandokan a Yanez è stata la migliore lezione di antirazzismo ricevuta da generazioni e generazioni di adolescenti. Quindi, il romanziere è stato, soprattutto, un grande formatore di esseri umani. Perché lavorava con i valori universali della letteratura, i valori classici: il bene e il male, il coraggio e l’avventura, l’amicizia e l’amore, la bellezza e la passione per l’impresa… Ci piacerebbe che, di tanto in tanto, qualche scuola, qualche coraggioso professore di lettere, qualche libreria intraprendente, qualche istituzione culturale ricordasse agli studenti e ai Lettori la prodigiosa fantasia creatrice di Emilio Salgari, la sua capacità di inventare storie sempre moralmente orientate, la sua modesta grandezza letteraria che non gli impedì di diventare il narratore più amato dai ragazzi italiani, almeno quelli del secolo scorso.

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