Pisa rozza e plebea, come era la città della torre pendente 50 anni fa
di Roberto Pizzi.
Sabato scorso, presso il centro culturale “Il Bucaneve” di Santa Maria a Colle (Lucca) si è parlato del libro “Rossa e plebea – Pisa, mezzo secolo fa”, opera autobiografica di Luciani Luciano (con prefazione di Daniele Luti, Carmignani editrice, Staffoli). Sandra Tedeschi, dopo aver mostrato al pubblico un breve filmato contenente suggestive foto dell’ambiente pisano che accolse il prof. Luciani nei primi anni Settanta, con la sua voce affabulatrice ha letto alcune, toccanti, pagine del libro. A chi scrive queste note, il compito di parlare dell’autore e di illustrare il contenuto dell’opera.
Luciano Luciani vive a Lucca, ormai da molti anni. Ha insegnato di tutto a Pisa, nei corsi professionali; poi ha avuto cattedre di italiano e latino nei licei di Capannori, Forte dei Marmi, Viareggio e Lucca. Ha scritto libri di storia e antropologia del cibo, sul Risorgimento e la Resistenza. Ha collaborato e collabora con numerose testate locali e nazionali. Cura con passione e competenza il museo del Risorgimento di Lucca.
Fra i suoi principali libri pubblicati: Santo sudicio! Trenta storie tra sporco e pulito; La cacca che ci salvò dalla fame. Strane storie e tipi strani; Storie in camicia rossa, L’epopea garibaldina vista con gli occhi dei suoi giovani protagonisti. Ed infine Rossa e Plebea, Pisa mezzo secolo fa.
Fine scrittore ed uomo di buone maniere, pacato, coerente con le sue idee (se non sempre condivise, comunque da rispettare), ha scritto questo ultimo volume, che si incentra sulle sue prime esperienzedi insegnante fra Pisa e Pontedera, agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso.
Anche questo libro, che commentiamo oggi, contribuisce alla conservazione della memoria più che mai necessaria in un’epoca in cui prende piede la famigerata cancel culture, o ancora peggio, la riscrittura faziosa e partigiana della storia. La sua lettura può suscitare il ricordo della nostra giovinezza in via di appassimento, che costringe già da ora a ricorrere alla saggezza degli antichi e cercare conforto “nella bellezza della vecchiaia” mediante un ragionato distacco dalle passioni.Come cerco di fare in queste note, con bonomia e senza spirito polemico, dichiarando di volermi“smarcare” dall’impostazione sessantottesca dell’autore, la quale – come bene specificato nelle pagine finali del suo libro – non gli impedisce però di giudicare con spirito critico gli esecrabili aspetti violenti che portarono agli anni terribili del terrorismo rosso e nero. Per la verità, anch’io assaporai il clima del ’68 ed inizialmente ne fui attratto. Come non potevo farlo, giovanissimo studente, uscito a “pezzi” dalle vecchie scuole medie inferiori prima della riforma degli anni Sessanta, dove si entrava e si usciva dalle aule rigorosamente in fila per due; sempre separati dalleragazze; dove appena entrava qualcuno in classe ci si alzava di scatto come soldati; dove si doveva stare seduti “a braccia conserte”; o dove nelle lezioni di Educazione Fisica si doveva marciare quasi come alle premilitari degli anni Trenta? Quando l’ondata della contestazione arrivò, alle medie superiori, aspettavamo alle finestre i “rivoluzionari” che venivano da Pisa, i quali inscenavano gazzarre ai cancelli del nostro istituto per farci uscire e sfilare con loro per le vie della città, a scandire i nomi di Mao Tse Tung, o di Ho Chi Min, o gridare slogan contro la politica romana. E chissà se fra questi universitari figurassero anche i futuri amici pisani del giovane prof. Luciani, da me conosciuto personalmente solo negli anni Novanta. Per non parlare poi, della libertà crescente nei costumi con l’altro desiderato sesso, che ci permise di compiere un salto generazionale incredibile rispetto ai nostri fratelli più grandi (nel mio caso, delle mie sorelle che alle feste danzanti venivano rigorosamente accompagnate dalla madre ). Con gli occhi della memoria riconosco che furono bei tempi, allora, sebbene il mio impegno politico fu limitato per due motivi: in primis per cause sportive, che mi vedevano proprio in quegli anni alle prese con una carriera calcistica (modesta ma remunerata, nonostante la mia giovane età); poi per il mio istinto libertario che mi frenò, poiché, pur non avendone ancora letto il libro, mi prefigurai in qualche modo la storia della “Fattoria degli animali” di Orwell, dove tutti erano uguali, ma qualcuno lo era più degli altri. Mi riferisco a quegli studenti più spregiudicati di me che si facevano proclamare “capipopolo” e che, poi, davano imperiosi ordini nelle rumorose, inconcludenti assemblee del nostro istituto.
Nel libro di Luciani, dunque, corre il ricordo di quei tempi, quando l’autore, terminati gli studi universitari, da Roma si trasferiva in Toscana per guadagnarsi la vita, iniziando una brillantecarriera di insegnante nella “Rossa e plebea, Pisa” dove, per lo più in buona fede, ci si abbandonava all’ebbrezza utopica di “cambiare il mondo”. Ed era una vocazione la sua – quella dell’insegnante – che non saprei definire se più simile alla figura di un “Don Milani laico”, o a quella di un “Giuseppe Mazzini londinese”, nel suo istituto di Hatton Garden, nel 1841, dove si insegnava a leggere, a scrivere e si impartivano lezioni di disegno, di aritmetica e geografia ai poveri ragazzi prede degli sfruttatori. Anche Luciani godeva nell’aiutare i suoi studenti a conseguire un “pezzo di carta”, un minimo diploma di media inferiore, per permettere loro di trovare o conservare un lavoro. Onestà sua, però, il ringraziamento alla sorte che gli permetteva di leggere Dante e Leopardi, che gli era sempre piaciuto (permettendogli di essere colui che in-segna, che mostra il segno per indicare una direzione ai suoi studenti) e, nel contempo, essere pagato per questo gradevole compito.
In Occidente, in quegli anni, avveniva quel gran metabolismo antropologico per cui le masse giovanili sembrarono in preda a furori contro la società industriale ormai consolidata. In America già nel 1964 era esplosa la rivolta a Berkeley. In Germania spuntava, poi, il piccolo esercito neo-spartachista di Rudi Dutschke; in Francia la Sorbona era una polveriere e Cohn – Bendit capeggiava gli studenti, nella Comune del maggio del 68.Tutto ciò lasciò un lungo strascico di emozioni e di leggende anche in Italia dove prevaleva un’ organizzazione approssimativa della protesta che portò ad una ribellione generica, ispirata a sommari principi cattolico-populisti o classisti, favorita dalla suggestione, d’alto potenziale emotivo, dei fatti del Vietnam, della Cina, di Cuba. In quel clima imperversarono anche vari apprendisti stregoni, che qualche attento osservatore dell’epoca definì “agenti di un impietoso vampirismo ideologico, incline poi a generare impreviste subculture apocalittiche” .
Fu rimesso in discussione, allora, tutto il buono fatto dal 1945 (quando il reddito nazionale italiano era ridotto alla metà di quello del 1938 ed il Meridione era percorso da treni che procedevano a passo d’uomo, fra un ponte semidistrutto e un campo minato), fino al “miracolo economico” degli anni Sessanta.
Certo la colpa di ciò non fu dell’ autore del libro Rossa e plebea, che può essere letto con piacere da un ampio pubblico. Basta che il lettore non abbia troppi schemi ideologici nella sua mente e non si faccia sopraffare dal pregiudizio dovuto al fatto che il professore Luciani – per generosità interiore – abbia fatto parte della cerchia degli egemonizzati dal partito comunista. Valido studioso, egli non è mai stato settario, né la sua adesione a tale parte politica ha mai pregiudicato la sua capacità critica.
Anche se – come è noto – Lucca, ha avuto sempre orientamenti politici prudenti, oggi che sono tramontate le grandi ideologie non avrebbero dovuto esserci più timori ad affrontare l’argomentoofferto dal libro di Luciani (in gran parte scritto in chiave autobiografica), come invece, purtroppo, è successo per la sua prima presentazione al pubblico, con uno spazio concesso inizialmente dallanuova amministrazione comunale lucchese e poi ingiustificatamente negato. L’incidente è stato poi riparato in qualche maniera dal Sindaco, ma certamente non ha giovato alla buona immagine della città, tanto da farci preoccupare per l’affievolimento di quel presunto vanto lucchese che si concretizzava nell’espressione: “vai a Lucca a prendere il garbo”, che non significava solo la capacità lucchese di insegnare le buone maniere, ma accennava anche, con una certa presunzione, ad una immaginaria superiorità antropologica, illudendosi, più o meno in buona fede, di godere di speciali deroghe all’antica rappresentazione umana che rendessero immune la nostra città da difettispregevoli. Contro i pregiudizi intervenuti da parte della amministrazione locale nei confronti del libro di Luciani vi sarebbe ancora da dire che già nel passato importanti uomini di cultura lucchese scelsero – come altri intellettuali italiani – una collocazione politica all’ombra del P.c.i., ritenendola più gratificante per il loro impegno di ricercatori (in particolare, mi sovviene il nome di MazzinoMontinari, che insieme a Giorgio Colli, fece studi di elevata importanza sul filosofo Nietzsche). Qualcuno può dire che costoro non ebbero vocazione minoritaria, che vi fu una loro conversione frettolosa al marxismo. Ma tale era, volente o nolente, la caratteristica del nostro Paese, a prescindere dalle preferenze politiche di ognuno di noi. Ed anche nel 1968 e negli anni seguenti, si ripeté l’equivoco di chi in buona fede, si illuse di cambiare in meglio l’umanità, non pago di una politica riformista – ahinoi – sempre negletta in Italia.
In conclusione, riportiamo una frase carpita dalla prefazione di Daniele Luti, che ci sembra illuminante in merito al libro preso in esame: una bella lezione tenuta con leggerezza, con divertita partecipazione essendo riuscito a tenersi lontano dalla retorica e dall’afflizione per la scomparsa di ciò che era e non c’è più.
Anche l’autore, in conclusione dell’opera, tranquillizza i “benpensanti”, scrivendo del suo impegno forse velleitario, nel distribuire milioni di volantini agli oppressi in tante albe caliginose, diffondere pazientemente la stampa buona e giusta e poi parlare, discutere, dibattere, disputare, contraddire e negoziare perché, sia pure con qualche fatica, si realizzasse, qui e altrove, la desiderata armonia sociale. Le cose, poi, non sono andate proprio così – riconosce Luciani – ed afarlo dolorosamente ricredere “ci pensarono la strategia della tensione e i fatti del Cile, il terrorismo nero e quello rosso, Reagan e il craxismo,la marcia dei quarantamila e l’omologazione galoppante di quella classe operaia che, secondo i voti miei e di quelli come me avrebbe dovuto dirigere tutto”. Scrive ancora Luciani: “La caduta del Muro di Berlino mi trovò quindi già deluso e irrimediabilmente senile….. mi hanno salvato le storie tanto più la Storia grande mi deludeva, tanto più le storie, vere di vita o, perché no, d’invenzione, mi permettevano di attingere a sorgenti perenni e straordinariamente fresche di umanità, intelligenza, condivisione e solidarietà, utopia e pratico buon senso. Storie di gente che non ha mai vinto, ma neppure è stata mai definitivamente sconfitta. Storie lievi e per questo più efficaci per arrivare al cuore dell’esistenza, per risvegliare, almeno un po’, le coscienze narcotizzate”.
Per me va bene così: ce ne fossero coscienze critiche, come Luciani che certamente non rientra in quella graffiante definizione che fu data dal compianto scienziato Edoardo Boncinelli sulla figura dell’intellettuale: “colui che ha ricevuto un grado di istruzione superiore alla sua intelligenza”.





