Perché la destra vince? La domanda e la risposta nel libro di Enrico Pedemonte
Enrico Pedemonte, nel suo libro “Perché la destra vince” (Edizioni Nutrimenti) lancia alcune idee per battere la destra e far vincere la sinistra. E’ un ragionamento lungo e articolato. Che parte da questa domanda: Cosa deve fare la sinistra?
Sono numerosi gli intellettuali progressisti che forniscono indizi di una nuova politica per evitare che l’Occidente precipiti nel baratro dell’autoritarismo. Mi limito a citarne alcuni che, ciascuno per diverse ragioni, hanno ispirato capitoli del mio libro.
Thomas Piketty – partendo dal presupposto che questa globalizzazione abbia favorito i grandi capitali e penalizzato il lavoro – propone la costruzione di istituzioni sovranazionali che fissino regole comuni per tassare i grandi patrimoni e i profitti delle multinazionali.
Il premio Nobel Joseph Stiglitz chiede norme per tracciare i capitali e lottare contro i paradisi fiscali. Daron Acemoglu (anch’egli Nobel) sottolinea la necessità di regolare le multinazionali, in particolare le grandi piattaforme digitali, per evitare l’eccessiva concentrazione di potere economico e politico.
Dani Rodrik si spinge più in là: afferma che “la globalizzazione nella forma attuale è incompatibile con la democrazia” perché “distrugge la sovranità politica e con essa la fiducia dei cittadini nello Stato”; secondo lui è necessaria una transizione verso un’economia globale basata su nuovi principi che tutelino le esigenze degli stati nazionali: è quello che accadde dopo la grande depressione del 1929.
L’ultimo è forse il più scomodo da citare: Wolfang Streeck, un economista tedesco che ha recentemente pubblicato un libro (Taking back control) a cui il “New York Times” ha dedicato un articolo titolato: “Questo pensatore anticonformista è il Karl Marx dei nostri tempi”.
Streek – come Rodrik – sostiene che gli Stati Nazione, nel mondo della globalizzazione neoliberista, hanno ormai così poco potere da non riuscire più a difendere i popoli dalle intemperie dell’economia mondiale. Per questa ragione è scettico sul futuro di questa Unione europea.
Vale la pena citare la posizione di Streeck sulle sfide posta dall’immigrazione. Consapevole di portare alla luce “fatti scomodi”, ci ricorda che in Occidente, fino agli anni Ottanta, i sindacati e le sinistre erano generalmente favorevoli a un rigido controllo dei confini, per proteggere la classe operaia dalla concorrenza di lavoratori stranieri a basso costo. Al contrario, in quegli anni la destra neoliberista favoriva l’alleggerimento dei controlli alle frontiere.
Poi i ruoli si sono rovesciati. La sinistra ha visto mutare la sua base sociale e ha scelto di deregolamentare il controllo dei confini nazionali. Così facendo – scrive Streeck – “consente un’immigrazione aperta e senza limiti, abbandonando un elemento centrale del suo programma storico”.
Un tempo la classe operaia era unita nella lotta contro gli imprenditori che mettevano i lavoratori gli uni contro gli altri, mentre ora la sinistra accetta che gli operai dei paesi poveri competano con i locali per gli stessi posti di lavoro. Streeck nota con sarcasmo che la sinistra (istruita) che propone solidarietà verso gli immigrati è generalmente composta da persone che “hanno lavori fuori dalla portata dei migranti”.
In un saggio pubblicato su The Nation, Mathew Karp ricorda che per Karl Marx i partiti non sono definiti dai programmi dichiarati, ma dalla loro base sociale.
Questo indurrebbe al pessimismo, perché la base sociale della sinistra è ormai, in tutto l’Occidente, dominata da una borghesia colta e benestante che gode dei benefici della globalizzazione, vede di buon occhio la libera circolazione dei capitali, non ama gli aumenti delle imposte ai più ricchi e non risente dei disagi sociali che l’ondata migratoria provoca inevitabilmente nei quartieri meno fortunati.
C’è da augurarsi che, per uscire dalla marea montante di questa destra reazionaria, “la sinistra dello status quo” esca dalla paralisi che la spinge a difendere l’esistente e riesca a spezzare le gabbie ideologiche che si è costruita addosso negli ultimi quarant’anni. È la realtà a determinare le idee. E la drammatica realtà di oggi ci obbliga a prendere in considerazione idee fino a ieri giudicate eretiche.Damasco e i curdo-siriani. Tenerli separati è però uno dei riflessi di questa visione che privilegia la frammentazione, il divide et impera, rispetto a una ricomposizione unitaria del tema dei diritti.





