Paralimpiadi: la guerra entra nei campi di gara senza sparare un colpo
Ariel Piccini Warschauer.
Mentre la fiaccola paralimpica si prepara a illuminare l’Arena di Verona, un’ombra gelida si allunga sui XIV Giochi invernali di Milano-Cortina 2026. Quella che doveva essere la festa dell’inclusione e del superamento delle barriere si è trasformata, in poche ore, in un caso diplomatico senza precedenti che spacca lo sport mondiale. Ucraina, Estonia e Repubblica Ceca hanno annunciato ufficialmente che boicotteranno la cerimonia d’apertura del prossimo 6 marzo. Il motivo? La decisione “scellerata” — come definita da alcuni circoli diplomatici — del Comitato Paralimpico Internazionale (IPC) di riammettere gli atleti russi e bielorussi non come neutrali, ma sotto le proprie bandiere e i propri inni nazionali.
La rivolta di Kiev
La miccia è stata accesa dal Comitato paralimpico ucraino. In una nota dai toni durissimi, Kiev ha comunicato che i propri atleti non sfileranno nell’anfiteatro scaligero. “Non possiamo accettare che i simboli di chi bombarda le nostre città siano esposti accanto ai nostri”, filtra dagli ambienti della delegazione. La protesta ucraina va oltre la semplice assenza: il Comitato ha chiesto formalmente che la bandiera giallo-blu non venga utilizzata in alcun modo durante la cerimonia, quasi a voler sottolineare un lutto sportivo e civile che non permette celebrazioni.
L’asse del Nord
L’effetto domino non si è fatto attendere. L’Estonia è stata la prima a seguire l’esempio di Kiev, condannando non solo l’IPC ma anche la Federazione Internazionale Sci (FIS) per aver spalancato le porte agli “atleti degli stati aggressori”. Tallinn ha rincarato la dose: “Non parteciperemo ad alcuna cerimonia ufficiale per tutta la durata dei Giochi”.
Subito dopo è arrivato il “niet” della Repubblica Ceca. Il comunicato di Praga è una dichiarazione di guerra politica: “Ci uniamo all’Ucraina. I nostri rappresentanti non saranno a Verona, non avremo un portabandiera a Cortina e abbiamo annullato la trasmissione dei messaggi video degli atleti previsti per l’inaugurazione”.
Il cortocircuito dell’IPC
La decisione dell’IPC segna un’inversione di rotta clamorosa rispetto alle precedenti edizioni, dove agli atleti russi era stato concesso di gareggiare solo sotto lo status di “neutrali” (RPC) a causa degli scandali doping prima e dell’invasione dell’Ucraina poi. Consentire oggi a Mosca di esibire il tricolore e far risuonare l’inno in mondovisione è stato percepito da molti come un via libera politico, un segnale di “normalizzazione” che l’Est Europa non è disposto a digerire.
Per l’Italia, che si appresta a ospitare l’evento, si tratta di una grana non da poco. Il rischio concreto è quello di una cerimonia monca, priva di alcune delle delegazioni più rappresentative, con un’Arena di Verona trasformata da tempio della lirica a palcoscenico di una frattura geopolitica insanabile. La politica sportiva ha provato a tenere fuori la guerra dai campi di gara, ma il risultato è l’esatto opposto: la guerra è entrata prepotentemente nello stadio, e stavolta senza bisogno di sparare un solo colpo.


