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Onore e sacrificio, le donne e la Grande Guerra

Simonetta Simonetti.

Ancora prive di diritti civili, sotto l’autorità maritale che le limita e le tiene rinchiuse nelle gabbie più o meno dorate degli ambienti domestici, con l’avvento della prima  guerra mondiale,  le donne italiane ebbero, nei riguardi del conflitto, reazioni diverse quasi esclusivamente dettate dall’appartenenza sociale e dal loro ruolo nella comunità. La stampa le incitava a farsi portavoce di ideali patriottici e a credere nella vittoria. Si diffondeva il mito dell’eroe, del soldato intrepido che pensa solo a difendere il proprio Paese e trasmette nelle sue lettere coraggio e ardore ai familiari. Ma non in tutte le donne nasce questo sentimento di vicinanza e di condivisione per la guerra. Esse hanno figli, fratelli, mariti in quelle lontane trincee, improvvisati guerrieri dalle mani callose che erano abituate a ben altra attività e invece devono uccidere o rimanere uccisi. Nelle menti di quelle donne non c’è tempo né voglia di inneggiare alla vittoria.

Le cifre delle donne impiegate a portare avanti le diverse realtà lavorative crescono notevolmente con il perdurare del conflitto: negli uffici su 100 impiegati la metà sono donne, l’industria tessile aumenta del 60% la mano d’opera femminile. Nell’ottobre del 1916 le donne lavoratrici sono 972.000, nel gennaio dell’anno dopo il numero salirà  1.072.000  crescendo dopo soli tre mesi a 1.240.000; nelle fabbriche che si erano riadattate per la produzione bellica il numero delle donne impegnate passò dalle iniziali 23.000 unità a 200.000.  Tutta questa marea di donne che rivoluzionavano l’idea di una suddivisione tra lavoro maschile e lavoro femminile cominciò a preoccupare i moralisti e anche la scienza medica che temeva in un duro prezzo da pagare per  stili di vita giudicati non consoni al genere femminile. Il Governo erogava sussidi alle mogli dei soldati e alle madri sin dall’inizio della guerra, ma la loro entità non aumentò con il passare del tempo mentre crescevano i prezzi dei generi alimentari di prima necessità. Già nel 1915 il potere d’acquisto dei salari si era dimezzato, il prezzo della carne era quadruplicato, il pane e il latte, alimenti base per tutte le età, peggiorarono la loro qualità ma non il loro costo che andava sempre più aumentando. La partenza degli uomini aveva provocato fratture e stravolgimenti nella routine familiare, la loro lontananza riportò alla luce problemi, interrogativi, questioni che non si erano mai affrontate né prese in considerazione. I rispettivi ruoli erano codificati e fermamente iscritti nei codici domestici e in quelli della vita civile e il cambiamento intervenne in tutte le classi sociali dando il via al lungo e faticoso cammino verso un primo obiettivo di parità che si concretizzò solo dopo la seconda guerra mondiale. 

Un fattore comune a tutte le nazioni in guerra fu la partenza in massa degli uomini, poi, si differenziò, ma non di molto, la mobilitazione femminile per le diverse storie, costumi e tradizioni. L’Italia era un paese profondamente segnato dal codice mediterraneo dell’onore, dalla morale e dall’educazione cattolica, dalle teorie di Lombroso che fornivano un appiglio fisiologico alla esclusione/reclusione femminile. Ma la guerra, anche in Italia, stravolse totalmente gli elementi tradizionali dell’identità femminile, nelle città e nelle campagne. In queste ultime, duramente colpite dalla guerra perché la natura e le scadenze stagionali non ammettevano ritardi né interruzioni, le contadine sostituirono gli uomini richiamati. La divisione sessuale dei compiti e delle responsabilità si annullò: le donne arano, seminano, falciano, usano le macchine agricole, scoprono la solidarietà tra vicine, imparano a fare i conti e a gestire l’economia familiare. I vincoli familiari si fanno più stretti fra le donne di casa, le gerarchie familiari interne rimangono sospese come i conflitti di prima della guerra. Si rafforzano anche i rapporti con gli uomini lontani, nasce il mito dell’eroe, del combattente che è andato in guerra e il ricordo annulla le incomprensioni, le sofferenze.  La mobilitazione degli uomini rafforza i sentimenti familiari e crea la retorica dell’uomo protettore della madre patria e della propria casa; nelle prime lettere dei soldati si sente l’affetto filiale, l’amore per le spose e fidanzate e in alcuni la nostalgia dei figli. Servire diventa la parola d’ordine delle donne… In Francia, come in Germania e in Gran Bretagna, l’apertura del laboratorio di cucito diventa il simbolo di questa opera caritatevole che offre alle donne che versano in difficoltà dei lavori di ago e filo, attività squisitamente femminile, in cambio di un pasto e talvolta di una modica somma di denaro. Ma il prolungarsi inaspettato dei combattimenti creerà in tutte le nazioni coinvolte una utilizzazione diversa e intensiva delle donne. In Francia troviamo le donne sui tram, nelle banche, postine mentre dovranno aspettare per entrare nelle fabbriche; in Germania la mobilitazione femminile venne bloccata dalla politica sociale che lo Stato portava avanti e che consisteva in un sostentamento economico sufficiente a sopravvivere rimanendo all’interno della famiglia. Venne incrementato, all’inizio, il lavoro a domicilio legato all’industria di guerra: confezioni di teli da tenda, maschere antigas, uniformi, ecc. Lo Stato, finché potrà, sarà il capofamiglia e cercherà di non rendersi complice di scambiare i ruoli sociali, li manterrà ben distinti per preservare l’equilibrio delle comunità . 

Fidando in una guerra breve, gli Stati belligeranti, si aspettano dalle donne un’attitudine di rassegnata attesa, sono lieti della adesione delle femministe alla causa nazionale, ma, a parte le prestazioni caritatevoli, non prendono in nessuna considerazione le loro proposte di essere utilizzate in altri settori. Le tedesche dell’organizzazione del band Deutscher Frauenverein avevano, al congresso del 1912, proposto un anno di servizio sociale per le giovani; il 3 agosto 1914 fondano il Nationaler Fraundienst, che riconosciuto dalle autorità, svolge il ruolo di truppa ausiliaria dell’amministrazione per l’assistenza e l’approvvigionamento. In Gran Bretagna, è accettata soltanto la mobilitazione di un ristretto numero di volontarie del ceto alto nelle campagne o nella polizia urbana. La situazione francese è un perfetto esempio di questa politica sessuata: il 5 agosto una legge stabilisce un sussidio per le mogli dei combattenti, motivando la decisione non con la necessità di provvedere ai mezzi di sussistenza delle famiglie quanto di sostenere il morale del poiluil soldato semplice franceseche in tal modo trasferisce allo Stato-padre le proprie funzioni di capofamiglia garante del sostentamento dei suoi. In nome del diritto dei soldati e dell’unione nazionale, tutti gli Stati belligeranti, a eccezione degli Stati Uniti, stabiliscono delle forme di sussidio versato in molti casi alle conviventi come alle consorti legittime e inoltre, cosa molto importante, proporzionale al numero dei figli. A eccezione delle infermiere, assunte in organizzazioni di soccorso ai feriti, delle contadine e delle donne che portano avanti il lavoro del marito in negozi o botteghe, la mobilitazione della mano d’opera femminile avviene ovunque con lentezza e ritardi. Per renderla efficiente sarebbe stato necessario avere una differente visione della guerra e vincere le molteplici diffidenze nei confronti del lavoro femminile, dopo aver constatato l’insufficienza e l’inadeguatezza di altre riserve di mano d’opera. La lunghezza inaspettata della guerra costringerà gli Stati a mutare opinione e, una volta esaurite le riserve industriali, a ricorrere all’aiuto delle donne che costituiranno a pieno titolo lhomefront su cui contare.

Onore e sacrificio, le donne e la Grande Guerra

I problematici doveri del letterato

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