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Notte di fuoco in Medio Oriente, droni sui nostri soldati e bombe sulle capitali

Ariel Piccini Warschauer.

L’inferno è scoppiato poco dopo la mezzanotte, quando il ronzio sinistro dei droni ha squarciato il silenzio di una Baghdad mai così elettrica. Non è più una “guerra d’ombra” circoscritta a Teheran: ora il fuoco colpisce ovunque, dalle ambasciate agli hotel, lambendo pericolosamente il nostro contingente militare.

I nostri ragazzi nel mirino

Il cuore dei nostri soldati ha accelerato quando un drone suicida si è schiantato contro un hotel della capitale irachena. Non un obiettivo casuale: lì alloggiava una parte del personale militare italiano. Per un soffio non piangiamo una tragedia. I nostri ragazzi, addestrati a fiutare il pericolo, sono riusciti a raggiungere i bunker pochi istanti prima della deflagrazione.

Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, è stato categorico: “Tutti in salvo, tutti in sicurezza”. Ma il messaggio arrivato dalle milizie sciite è chiaro: nessuno è più intoccabile. Mentre l’hotel bruciava, l’Ambasciata USA veniva investita da una pioggia di razzi e droni, trasformando la “Green Zone” in un tiro al bersaglio.

L’escalation totale: da Teheran a Dubai

Mentre Baghdad bruciava, i caccia con la Stella di David solcavano i cieli della regione. Israele ha colpito duro, arrivando fino al cuore dell’Iran. A Teheran le esplosioni hanno illuminato la notte, un monito diretto ai pasdaran. Contemporaneamente, il Libano tornava a tremare sotto il maglio dei bombardamenti su Beirut.

La vera, inquietante novità di questa notte di guerra è però lo sconfinamento del conflitto verso i paradisi del turismo e della finanza:  Doha e Dubai: boati improvvisi, vetrate che tremano e il panico che corre sui cellulari della popolazione civile: “Cercate riparo immediatamente”. Un ordine che non si sentiva da decenni in queste latitudini. Siamo di fronte a un cambio di passo brutale. Non sono più scaramucce di confine, ma un attacco coordinato volto a destabilizzare l’intero scacchiere del Golfo. Il contingente italiano, impegnato in una missione delicatissima di stabilizzazione, si trova ora nel mezzo di un fuoco incrociato che non risparmia più nessuno.

In Iraq, i nostri ufficiali restano in massima allerta, con il dito sul grilletto e l’orecchio teso al prossimo ronzio nel cielo. La domanda che corre tra i ranghi, nelle sabbie calde di questa notte mediorientale, è una sola: fino a quando la diplomazia potrà reggere l’urto della polvere da sparo?

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