Netanyahu nel mirino, il delirio dei pasdaran e l’ombra del patto con Hezbollah
Ariel Piccini Warschauer.
Non sono più i tempi delle minacce velate o delle diplomazie sottobanco. Teheran ha gettato la maschera, o forse, nel delirio di un’escalation che non sembra avere più freni, ha semplicemente deciso di ufficializzare quello che i suoi reparti d’élite tentano di fare da mesi: colpire il cuore dello Stato ebraico. «Se Netanyahu è ancora vivo, continueremo a dargli la caccia per ucciderlo», recita il comunicato dei Pasdaran rilanciato da Sepah News. Un ordine di esecuzione in piena regola, una fatwa che trasforma il Primo Ministro israeliano nel bersaglio numero uno di un conflitto che ormai si combatte senza regole d’ingaggio.
L’asse del terrore
L’annuncio non è arrivato isolato. Mentre le tastiere dei reparti propaganda di Teheran battevano la condanna a morte del “criminale assassino di bambini”, i lanciatori di missili erano già in posizione. Secondo fonti di intelligence sul campo, l’attacco di domenica non è stato il solito lancio dimostrativo. È stata un’operazione congiunta: da una parte i missili balistici dell’Iran, dall’altra i vettori di Hezbollah, che dal Libano del Sud continuano a martellare il nord della Galilea.
L’obiettivo è chiaro: saturare le difese di Iron Dome e Arrow per permettere al “colpo fortunato” di passare. Fonti locali riportano che l’attacco congiunto mirava proprio ai centri di comando dove Netanyahu e il gabinetto di guerra coordinano le operazioni. Non è un segreto che l’intelligence iraniana stia cercando di mappare ogni bunker, ogni rifugio, ogni spostamento della leadership israeliana.
Il fronte del fango e del fuoco
Lungo il confine, tra le macerie dei villaggi libanesi e i bunker israeliani, la sensazione è che il punto di non ritorno sia stato superato. L’Iran non si nasconde più dietro i suoi proxy. Rivendicare un attacco congiunto con Hezbollah significa ammettere la gestione diretta di un unico, immenso fronte che va da Teheran a Beirut.
A Gerusalemme la censura militare è ferrea. Si parla di danni limitati, di intercettazioni riuscite, ma il nervosismo è palpabile. Le voci che rincorrono la presunta morte di Netanyahu — alimentate dalla propaganda russa e iraniana con video contraffatti e deepfake — servono a scuotere il morale di una nazione che, pur abituata alla guerra, non ha mai vissuto una minaccia così esplicita e personale verso i propri vertici.
Il gioco sporco della propaganda
Definire Netanyahu un “criminale da perseguire con piena forza” è la retorica classica di chi vuole spostare l’attenzione dai propri fallimenti interni. Ma attenzione: i Pasdaran non sono solo chiacchiere. Hanno i droni, hanno i missili e hanno le cellule dormienti. La minaccia di oggi è il preludio a una nuova ondata di attacchi, forse ancora più violenti, forse ancora più disperati.
Israele risponderà, questo è certo. Perché in Medio Oriente, quando ti promettono la morte, l’unica lingua che l’avversario capisce è quella di un colpo ancora più forte. E la caccia, in questa terra martoriata, è appena cominciata.





