Nei file di Epstein spunta la scuola del traffico d’armi
Ariel Piccini Warschauer
Se il passaporto austriaco è la prova fisica di una vita nell’ombra, il nome di Adnan Khashoggi è la chiave di volta per comprendere come un ex insegnante di matematica sia diventato l’uomo più pericoloso (e protetto) del jet-set mondiale. I nuovi documenti declassificati nel 2026, uniti alle scottanti deposizioni di Steven Hoffenberg (l’ex socio di Epstein recentemente scomparso), delineano un quadro che va ben oltre lo scandalo sessuale: Jeffrey Epstein è stato l’allievo prediletto della “vecchia guardia” del traffico d’armi internazionale.
Il mentore e l’affare Iran-Contra
Negli anni ’80, mentre l’America era scossa dallo scandalo Iran-Contra, il giovane Epstein veniva introdotto nei salotti che contano da Douglas Leese, un potente intermediario della difesa britannica. Fu Leese a presentargli Adnan Khashoggi, l’uomo che allora fungeva da perno tra i servizi segreti occidentali, in particolare quelli americani e le monarchie del Golfo Persico.
Secondo i file del DOJ (il ministero della Giustizia americano), analizzati dai parlamentari democratici, Epstein non era un semplice ospite sulle barche di Khashoggi. Le deposizioni indicano che Khashoggi fu uno dei suoi primi “clienti” di alto profilo. Da lui, Epstein avrebbe appreso l’arte di muovere capitali attraverso la BCCI (Bank of Credit and Commerce International), la banca del riciclaggio globale chiusa nel 1991, legata alla CIA, e l’uso di società offshore per schermare operazioni che oggi definiremmo di “intelligence parallela”.
Ma la connessione con la famiglia Khashoggi non si ferma agli anni ’80. I file rilasciati a febbraio 2026 contengono uno sviluppo ancora più torbido: una serie di messaggi in cui Epstein discuteva freneticamente dell’omicidio di Jamal Khashoggi, il giornalista del Washington Post ucciso nel consolato saudita di Istanbul nel 2018.
Nelle chat intercettate con esponenti degli Emirati Arabi Uniti, Epstein tentava di accreditarsi come “spin doctor” per la crisi, suggerendo strategie per proteggere l’immagine del Principe Ereditario Mohammed bin Salman (MBS). Epstein arrivò a ipotizzare di dipingere Jamal come un terrorista o di sostenere che l’omicidio fosse un’operazione segreta finita male per mano di attori terzi. Questa “disponibilità” a gestire crisi geopolitiche di tale magnitudo conferma il sospetto dei parlamentari: Epstein si considerava un asset strategico per le potenze del Golfo, un uomo capace di manipolare la narrazione occidentale attraverso i suoi contatti nei media e nella politica internazionale.
Il “metodo Khashoggi” applicato al ricatto
I democratici americani oggi sostengono che Epstein abbia ereditato da Khashoggi non solo i contatti finanziari, ma il metodo di controllo: la creazione di kompromat (materiale compromettente). Se Khashoggi usava le feste e il lusso per oliare i contratti d’armi, Epstein ha industrializzato questo processo, trasformando le sue residenze in set per la raccolta di prove video contro l’élite globale.
“Non stiamo parlando di un finanziere fortunato”, commenta una fonte interna alla Commissione di Sorveglianza della Camera, “ma di un uomo addestrato dai più grandi faccendieri del XX secolo a diventare un archivio vivente di segreti inconfessabili”. La domanda che resta sospesa tra le pagine nere dei file del DOJ è una sola: i segreti di Epstein sono svaniti per sempre con lui, o sono finiti nelle mani di chi, oggi, continua a proteggere i nomi dei “Sei Intoccabili”?





