Missione a Washington, i capi di Mossad e Idf da Trump
Ariel Piccini Warschauer.
Un “uno-due” per blindare la strategia comune contro Teheran. Mentre i venti di guerra soffiano sempre più forti sul Golfo Persico, i vertici dell’apparato di sicurezza israeliano hanno stabilito un ponte diretto con la nuova amministrazione Trump. Il direttore del Mossad, David Barnea, e il capo dell’intelligence militare (IDF), Shlomi Binder, sono sbarcati a Washington con una cartella dettagliata del nemico iraniano: obiettivi sensibili, siti nucleari e le crepe interne del regime degli Ayatollah.
Il pressing di Netanyahu su Trump
Il tempismo non è casuale. La visita di Barnea segue di sole 48 ore una telefonata definita “cruciale” tra Benjamin Netanyahu (nella foto) e Donald Trump. Secondo indiscrezioni che filtrano da fonti diplomatiche, il premier israeliano avrebbe chiesto al tycoon di non affrettare i tempi di un eventuale raid contro la Repubblica Islamica. Il motivo? Puro pragmatismo militare: Israele vuole che gli Stati Uniti completino il dispiegamento di forze navali e aeree nella regione per garantire non solo il successo dell’offensiva, ma soprattutto una copertura totale per la difesa del territorio israeliano in caso di rappresaglia.
La conferma che il piano è in fase avanzata arriva dal mare: la portaerei USS Abraham Lincoln ha appena gettato l’ancora nella regione, completando il massiccio rafforzamento del forze armate americane guidate dal Pentagono in Medio Oriente.
Obiettivi diversi, un unico nemico
La missione dei due capi dell’intelligence si è divisa su binari complementari, una sorta di divisione del lavoro del terrore: Il generale Binder ha consegnato ai vertici del Pentagono le coordinate dei target militari macroscopici, studiati con cura dai servizi di intelligence militari israeliani. Si parla di basi missilistiche, centri di comando e infrastrutture vitali per il potere di Teheran. David Barnea, capo del Mossad si è invece concentrato sul dossier nucleare e sulla “guerra psicologica”. L’obiettivo del Mossad non è solo tecnico, ma politico: analizzare il bilanciamento del potere tra il regime e le opposizioni interne, cercando di capire fin dove la “piazza” iraniana possa spingersi in caso di attacco esterno.
Il precedente di giugno 2025
Il clima di tensione non nasce dal nulla. Nel giugno 2025, Israele ha sferrato un colpo durissimo all’apparato di potere iraniano, eliminando in un’unica ondata di operazioni circa 30 alti ufficiali militari e 11 scienziati nucleari iraniani. Un segnale di forza che Barnea ha voluto ribadire pubblicamente con un avvertimento che suona come una condanna: “Noi continueremo a essere lì, come siamo sempre stati pronti a colpire i nostri obiettivi”.
Mentre l’Arabia Saudita tenta ancora la faticosa via della mediazione diplomatica, l’asse Washington-Tel Aviv sembra ormai proiettato verso la “soluzione definitiva” del dossier iraniano. La domanda non sembra più essere se accadrà, ma quando il Pentagono darà il via libera all’operazione militare e al cambio di regime.






