Missili e droni per 11 miliardi dagli Usa a Taiwan e Pechino si infuria
Ariel Piccini Warschauer.
Un braccio di ferro che sa di Guerra Fredda, giocato tra le pieghe della diplomazia e i fumi dei lanciarazzi. Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno deciso di alzare la posta nel Pacifico, approvando una maxifornitura di armi a Taiwan da 11,1 miliardi di dollari. Una mossa che ha scatenato l’ira di Pechino proprio mentre i due leader stavano limando i dettagli per il summit di aprile. Il messaggio di Xi Jinping è stato lapidario: proseguire su questa strada potrebbe far saltare il tavolo della visita di Stato.
L’arsenale della discordia
Il pacchetto, notificato mercoledì dal Dipartimento di Stato, non è solo una questione di cifre, ma di deterrenza pura. Tra gli equipaggiamenti figurano i sistemi Himars (già protagonisti in Ucraina), artiglieria Howitzer, droni d’attacco e i letali missili anticarro Javelin.
Ma non finisce qui. Secondo fonti del Financial Times, l’amministrazione starebbe già predisponendo un secondo lotto focalizzato sulla difesa aerea, che includerebbe i celebri missili Patriot e i sistemi terra-aria NASAMS. Se confermato, il valore complessivo delle commesse potrebbe lievitare fino a 20 miliardi di dollari, cementando quello che è già il sostegno militare più massiccio della storia americana verso l’isola.
Il bluff di Pechino?
La risposta cinese è arrivata per vie brevi ma dirette. Durante una telefonata mercoledì scorso, Xi Jinping avrebbe avvertito Trump che la questione va gestita con «estrema prudenza». Per il Dragone, armare Taipei è una linea rossa invalicabile che mette a rischio il clima di cooperazione necessario per il vertice primaverile.
Tuttavia, a Washington c’è chi scommette sul bluff. «Pechino non annullerà la visita», sostengono due fonti interne all’amministrazione Usa. L’idea è che la Cina abbia troppo bisogno di stabilità economica e di un dialogo diretto con il The Donald per permettersi una rottura totale. Trump, dal canto suo, sembra intenzionato a usare i missili come leva negoziale: mostrare i muscoli per poi sedersi al tavolo in posizione di forza.
Il corto circuito di Taipei
Paradossalmente, mentre Washington accelera, a Taiwan i motori sono imballati. Il governo del presidente William Lai si trova davanti a un muro parlamentare: l’opposizione, composta dal Kuomintang (KMT) e dal Partito Popolare (TPP), sta bloccando il bilancio speciale della difesa da 40 miliardi di dollari. «Senza fondi, le promesse americane restano sulla carta», avvertono gli analisti. L’opposizione accusa il governo di scarsa trasparenza e lamenta i ritardi nelle consegne Usa del passato (come i caccia F-16V). Per Trump, questo stallo è un paradosso politico: sta sfidando Xi Jinping per vendere armi a un cliente che, al momento, non ha ancora firmato l’assegno.
Lo scenario
La scommessa è altissima. Se Trump dovesse decidere di notificare il pacchetto al Congresso prima del viaggio di aprile, la provocazione sarebbe totale. Se invece, come suggeriscono alcuni esperti, rimanderà la firma a “dopo” il colloquio con Xi, potremmo assistere a un classico gioco di prestigio del tycoon: ottenere concessioni commerciali a Pechino in cambio di una (temporanea) moderazione militare.
Resta il fatto che, tra Patriot e Himars, l’ombra del conflitto si allunga. E il vertice di aprile, nato per stabilizzare il mondo, rischia di trasformarsi in una resa dei conti ad alta tensione.





