Minneapolis è l’inferno di Trump e scatta la rivolta in strada
Ariel Piccini Warschauer.
MINNEAPOLIS – Non è più una democrazia, è una zona di guerra. Minneapolis si è svegliata nel sangue e nel terrore dopo quella che i testimoni oculari non esitano a definire una vera e propria “esecuzione di Stato”. Nel cuore del quartiere di Eat Street, davanti a un negozio di ciambelle, agenti federali dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) hanno aperto il fuoco uccidendo Alex Jeffrey Pretti, un infermiere di 37 anni, bianco, incensurato e dipendente del servizio per i veterani (VA).
La dinamica: dieci colpi alla schiena
Secondo le ricostruzioni supportate dai video diffusi da Meidas Touch, Pretti stava filmando con il suo cellulare le operazioni dei federali e della Border Patrol durante una giornata di sciopero generale contro la stretta sull’immigrazione. Nel video lo si vede intervenire verbalmente per difendere una donna scaraventata a terra e un’altra colpita con spray urticante.
La reazione degli agenti è stata brutale: Pretti è stato trascinato a terra, accerchiato da cinque uomini e picchiato. Poi, il suono secco di un colpo di pistola seguito da altri nove in rapida sequenza. L’infermiere, che dai registri risulta essere un legittimo possessore di armi con licenza valida fino al 2026, è morto sul colpo. I proiettili lo hanno raggiunto alla schiena mentre era già immobilizzato a terra.
Lo scontro istituzionale: Walz contro i federali
L’episodio ha scatenato un terremoto politico. Il governatore del Minnesota, Tim Walz, è andato all’attacco frontale: «Il Minnesota ne ha abbastanza. Questa situazione è ripugnante. Il Presidente ritiri immediatamente le migliaia di agenti violenti e impreparati che stanno seminando caos». Walz ha inoltre dichiarato che lo Stato condurrà un’indagine indipendente, definendo «non affidabile» qualsiasi inchiesta interna federale.
Il sindaco Jacob Frey ha rincarato la dose: «Quanti altri americani devono morire prima che queste operazioni finiscano?». Dal canto suo, il Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha tentato una difesa d’ufficio sostenendo che l’uomo fosse armato di una Sig Sauer, ma la polizia locale ha gelato i federali confermando che Pretti non stava violando alcuna legge.
La deriva autoritaria e i “meme” di Washington
Mentre le Twin Cities bruciano di rabbia, la Casa Bianca sembra gestire la tragedia con un’arroganza senza precedenti. Mentre i costituzionalisti denunciano una circolare interna che autorizzerebbe l’ICE a entrare nelle case senza mandato (in palese violazione del Quarto Emendamento), lo staff della comunicazione di Trump si diletta nel fotoritocco.
È stata diffusa una foto manipolata dell’attivista Nekima Levy Armstrong: nell’originale era serena, nella versione di Washington appare in lacrime e disperata. La replica di Kaelan Dorr, vicedirettore della comunicazione, è agghiacciante: «Le operazioni continueranno. E anche i meme continueranno».
Clero in manette e bambini deportati
La stretta non risparmia nessuno. All’aeroporto internazionale di Minneapolis, cento membri del clero (pastori luterani e leader religiosi) sono stati arrestati mentre pregavano al gelo contro i voli della deportazione.
Resta poi il dramma dei minori: il caso di una bimba di due anni spedita in un centro di detenzione in Texas nonostante il parere contrario di un giudice e quello del piccolo Liam, 5 anni, per il quale è dovuto intervenire il governo dell’Ecuador. La risposta della Border Patrol? «Siamo esperti». Ma a Minneapolis, oggi, l’unica competenza che emerge è quella della violenza cieca






