Mezzo millennio fa, la dolce vita a Roma
Luciano Luciani.
Un cronista informato e affidabile degli anni di Innocenzo VIII Cybo (1484 – 1492), Stefano Infessura, annotava che nella Città eterna non c’era quasi uomo di Chiesa che non mantenesse un’amante o non ricorresse ai servizi delle cortigiane. A Roma, aveva affermato qualcuno, cogliendo i tratti fondamentali di certo welfare capitolino, stanno bene preti, frati, puttane e abati. Il costume era cambiato velocemente e profondamente: già al tempo di Sisto IV (1471 – 1484), predecessore di papa Innocenzo, non creava nessun senso di scandalo il fatto che il cardinale Pietro Riario offrisse nel suo palazzo di piazza Santi Apostoli banchetti che duravano ore e ore con oltre quaranta portate e che, durante la serata, la danzatrice Tiresia, sua amante, si mostrasse ai convitati su un cocchio tirato da cigni, assai poco vestita, ma indossando un paio di scarpette intessute di perle, dono del cardinale. E, siccome, dall’aseno chiù grosso ‘mpara de mangiare la paglia lo picciolo non farà meraviglia che, secondo un censimento commissionato dallo stesso Innocenzo VIII, nel territorio urbano si contassero ben 6.800 prostitute “senza tener conto delle concubine e delle donne che segretamente tenevano delle case con cinque o sei prostitute”. Forse proprio per questa diffusione capillare sul territorio, accompagnata da un’ampia accettazione sociale del fenomeno, Innocenzo VIII fu costretto a ritirare un provvedimento del suo vicario che imponeva a tutti i romani, chierici o laici, di allontanare le loro amanti, pubbliche o private. Significativo, poi, del senso comune del tempo il comportamento tenuto dalle famiglie aristocratiche romane o dalle chiese – per esempio, San Luigi dei Francesi, la parrocchia di San Trifone, San Salvatore delle Coppelle – che non si facevano particolari scrupoli nell’affittare abitazioni a donne notoriamente dedite alla prostituzione. Ma non bisogna scandalizzarsi più di tanto: è noto che, A Roma Iddio nun è trino, ma quatrino e A Roma, pe’ fa’ fortuna, ce vonno tre “d”: denari, donne e diavolo che te porti. Insomma, come ebbe a scrivere l’orafo Antonio di San Marco davanti alla sua bottega il giorno del corteo per l’incoronazione pontificia di Leone X (11 IV 1513), riassumendo il senso profondo della città, Mars fuit; est Pallas; Cypria semper erit.
A giudicare da quanto raccontano storici e memorialisti, cronisti e viaggiatori nessuna attività fu più fiorente nella Roma rinascimentale del mestiere più antico del mondo: la prostituzione. All’amore mercenario non era più riservata la marginalità territoriale e sociale del Medioevo, quando le venditrici d’amore erano in gran parte raccolte nei pressi di Santa Maria in Cosmedin, zona definita appunto del ‘bordelletto’. Il quartiere più malfamato di Roma si estendeva tra l’Aventino e il Tevere, tra porta San Paolo e porta San Sebastiano: qui tra orti ed empori, vigne e arsenali, in uno scenario punteggiato da grandiose rovine romane, abitava ed esercitava lo strato più volgare delle donne di strada. Loro patrona era Maria Egiziaca, prima puttana per 17 anni e poi santa, venerata per tutto il XVI secolo nell’antico tempio della Fortuna Virilis o di Portuno, lungo le sponde del Tevere considerato luogo deputato alla pudicizia.
Nel Rinascimento, ormai diffuse in tutta la città, le prostitute si concentravano soprattutto nei rioni di Ponte e Campo Marzio, pronte a soddisfare i bisogni di una clientela resa sempre più numerosa ed esigente dall’aumento della popolazione, dall’insolita presenza di celibi nella città sede della corte pontificia (oltre il 60%) e dall’evoluzione del costume: – “Culo, testa, tette e potta, lode a Dio danno via tutto”, conferma il drammaturgo, musico e poeta spagnolo Juan de La Encina (1469 -1529) frequentatore dei circoli letterari e artistici vaticani. Insomma. Aveva ragione Tacito quando affermava che a Roma confluiscono tutti i peccati e tutti i vizi per esservi glorificati.





