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Meningite, quello che sta accadendo non è da sottovalutare

Emanuele Montomoli*.

Quando la meningite finisce in prima pagina succede quasi sempre per lo stesso motivo: non perché i casi siano “ovunque”, ma perché quando è meningococcica invasiva può correre veloce e colpire duro, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti. È una malattia rara, ma quando si concentra in un cluster, la percezione cambia di colpo.

È quello che sta accadendo nel Regno Unito, nella contea del Kent, dove le autorità sanitarie stanno gestendo un focolaio di malattia meningococcica invasiva collegato all’area di Canterbury. L’aggiornamento ufficiale UKHSA (UK Health Security Agency) parla di più di 30 segnalazioni complessive, con 20 casi confermati in laboratorio e una decina di notifiche ancora sotto indagine; sembrano essere tutti casi da meningococco di gruppo B (MenB). Sono stati riportati 2 decessi. 

Perché sono colpiti principalmente i giovani? Qui c’è una dinamica che la sanità pubblica conosce bene: il meningococco non si trasmette come l’influenza in modo indiscriminato nell’aria, ma si trasmette soprattutto tramite contatto ravvicinato e prolungato (saliva, baci, condivisione di bevande, vapes, sigarette). In un contesto di socialità intensa – locali affollati, feste, residenze universitarie – la rete di contatti esplode e il rischio, anche se resta complessivamente basso nella popolazione generale, aumenta per chi è dentro quel circuito. Nel Kent, parte delle azioni di sanità pubblica si è concentrata su chi aveva frequentato un locale di Canterbury in giorni specifici di inizio marzo: non perché “chiunque sia a rischio”, ma proprio perché in un cluster il rischio non è uniforme, è focalizzato. Un elemento che aiuta a leggere la vicenda con la giusta proporzione è la risposta delle autorità britanniche: antibiotici preventivi ai contatti e vaccinazione mirata per gruppi specifici di studenti. È la strategia tipica quando l’obiettivo è spezzare rapidamente una catena di trasmissione in un contesto circoscritto, senza trasformare l’evento in un allarme indiscriminato. 

I dati mostrano anche un caso in Francia con collegamenti al Kent. In un’Europa dove studenti e giovani si spostano continuamente, non è un indicatore automatico di diffusione ampia: spesso è parte della ricostruzione dei contatti e dell’epidemiologia del cluster. E l’Italia? Qui il collegamento è duplice: sorveglianza e casi sporadici. L’Italia non sta vivendo un evento paragonabile a quello del Kent, ma la meningite resta un tema da seguire con serietà, soprattutto perché le malattie batteriche invasive sono monitorate in modo strutturato. L’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ricorda che nel 2024 l’incidenza dei casi di malattia invasiva da meningococco in Italia è stata 0,20 casi per 100.000 abitanti, e che nel triennio 2022–2024 si è osservato un incremento progressivo delle incidenze rispetto al calo del biennio pandemico 2020–2021. Accanto ai dati di sorveglianza, restano i casi sporadici che periodicamente riaccendono l’attenzione locale. Un esempio recente: a gennaio 2026 un sedicenne nel Trevigiano è stato ricoverato con diagnosi di meningite da meningococco B; la ASL ha avviato la profilassi per i contatti stretti e il decorso è stato descritto come favorevole. Sono episodi diversi da un focolaio “da socialità” come quello inglese, ma raccontano la stessa cosa: quando c’è un sospetto o un caso confermato, la sanità pubblica lavora su tracciamento, profilassi e informazione mirata. In Italia, il Ministero della Salute include nel calendario vaccinale l’anti-meningococcica ACWY con richiamo a partire dal 12esimo anno di vita. Le strategie per MenB e per le diverse fasce d’età possono variare a seconda dei programmi regionali e delle indicazioni operative, ed è esattamente per questo che, quando si parla di focolai, la scelta tende a essere mirata: si vaccina dove serve, con il vaccino che serve.

In conclusione, Il modo corretto di leggere i casi del Kent è questo: è un evento serio, perché la malattia può essere grave e perché riguarda giovani, ma è anche un evento circostanziato, affrontato con misure mirate e comunicazione sanitaria. In Italia, il collegamento non è “stessa emergenza”, ma una lezione di metodo: sorveglianza solida, risposta rapida sui contatti, e prevenzione che resta la vera infrastruttura silenziosa dietro i numeri.

*Emanuele Montomoli è professore ordinario di Igiene e sanità pubblica all’università di Siena

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