Meloni e leggi razziali, non ha detto cose di poco conto
Roberto Pizzi.
Anche se qualcuno, maliziosamente, riesumerà la frase “Parigi val bene un messa”, non ci sembra di poco conto ciò che ha detto ieri la presidente del Consiglio Meloni sulla complicità fascista nella deportazione degli ebrei nei campi di sterminio. Pagina nera di storia vergognosa per la cattolicissima Italia che prese corpo con le leggi razziali del 1938, che è bene ricordare cosa fossero. Già dal novembre del 1936 Mussolini, per compiacere i nazisti, evitava, di inviare in Germania funzionari italiani di origini ebraiche, mentre a fine anno disponeva l’allontanamento dei redattori ebrei del “Popolo d’Italia” e già nella primavera, il capo della polizia Bocchini aveva concluso con Himmler l’accordo segreto di reciproca collaborazione tra le polizie dei due paesi.
Nella primavera del 1937 il duce in persona dichiarava al mondo di essere razzista. Arrivò, infine, il fatidico 1938, anno in cui – secondo le parole dello storico Luigi Salvatorelli – si scatenavano “gli elementi malefici contenuti nel movimento nazionalfascista e nella personalità del duce del fascismo”. E il1938 fu davvero un “anno cruciale e temibile per l’ebraismo europeo”: iniziò con l’emanazione di una prima normativa antiebraica in Romania, proseguì con le leggi persecutorie in Austria e in Ungheria, si concluse con il duro aggravamento legislativo in Germania, subito dopo la “notte dei cristalli” del 9-10 novembre. Fu un processo a carattere continentale al quale Mussolini volle partecipare da protagonista. Unitamente alla campagna di “sborghesizzazione” degli italiani, con l’introduzione del “voi”, con il saluto romano anche nella vita civile e la sostituzione dei termini stranieri con neologismi italiani, si scatenava la grande orgia razzista della stampa nazionale, rafforzata dalla nascita della “Difesa della Razza” diretta da Telesio Interlandi. Le riviste “Razza e civiltà” e “Il Diritto razzista” avrebbero poi completato la triade della stampa dedicata al razzismo, particolarmente all’antisemitismo.
A posteriori molti scrittori e giornalisti si sarebbero vergognati del loro servile contributo a questa campagna di intossicazione delle coscienze: il caso più eclatante fu quello di Guido Piovene, recensore sul “Corriere della Sera” dell’1/11/38 del libro di Interlandi, Contra Judeos. Altri, invece, dimenticheranno in fretta, rimuoveranno certi spiacevoli ricordi e ricostruiranno le loro carriere nel mondo della stampa, della cultura, della magistratura della nuova repubblica. Nell’estate del 1938 tutto ormai era pronto, in Italia, per il varo ufficiale del disegno persecutorio di Mussolini. Il censimento del 22 agosto aveva fornito la conoscenza dell’entitànumerica degli ebrei in Italia; l’Ufficio centrale Demografico era stato trasformato in Direzione Generale per la demografia e la razza (Demorazza); questurini, vigili urbani, applicati e capiripartizione erano già stati familiarizzati con la “diversità” dell’ebreo e con la sua persecuzione. IlManifesto degli scienziati razzisti del 13 luglio aveva certificato al suo punto 9 che gli Ebrei non appartenevano alla razza italiana. Con l’avallo acritico della monarchia, che apponeva il suo sigillo sulle proposte del duce, d’improvviso gli ebrei diventavano cittadini di “seconda categoria”. Gli studenti vedevano loro interdetta l’iscrizione o il mantenimento nelle scuole di qualsiasi grado; gli insegnanti venivano licenziati e si faceva divieto di usare libri di testo di autori ebrei. L’estromissione dalle scuole pubbliche fu completa: 97 furono i professori universitari che dovettero abbandonare le loro cattedre, 84 gli insegnanti di altri istituti che dovettero fare altrettanto; 5600 furono invece gli studenti che si ritrovarono esclusi dalla scuola pubblica.
Agli ebrei furono vietate le pubblicazioni, l’esecuzione pubblica di loro opere teatrali e musicali, le collaborazioni a giornali e riviste. Espulsi dall’editoria, vennero esclusi anche dalle accademie e da altri enti di cultura. Ogni matrimonio civile fra cristiani e ebrei fu dichiarato nullo, mentre quest’ultimi non potevano esercitare la patria potestà sui figli che non condividevano gli stessi principi religiosi o politici; era precluso il servizio militare e chi già era in servizio veniva allontanato; era proibito di avere domestici cristiani alle proprie dipendenze. Inoltre, non era permesso di possedere terreni agricoli o fabbricati aventi un estimo fiscale superiore a cifre prefissate. I dipendenti dello stato o di aziende parastatali venivano licenziati (le disposizioni colpirono circa 900 persone, compreso una diecina di generali e ammiragli). Con la legge 1054 del 29 giugno 1939, poi, si stabili che fossero radiati dagli ordini dei notai e dei giornalisti, mentre gli altri liberi professionisti furono costretti a ridurre quasi a nulla la loro attività. Negli altri campidell’economia furono loro interdetti il commercio di oggetti preziosi o di antichità, le agenzie di affari o di pegno, le tipografie, i ristoranti e perfino il modesto commercio ambulante, mentre, in generale, a nessun ebreo era concesso di essere proprietario o amministratore di aziende che avessero più di cento dipendenti, o che si occupassero di produzioni relative alla difesa nazionale. Per aggiungere ulteriori umiliazioni, poi, si fece divieto alle località termali e di villeggiatura di ospitarli, mentre ai giornali fu proibito di accogliere loro necrologi e alle società telefoniche di riportarne i nomi sugli elenchi degli abbonati.
Nulla più ostava all’introduzione di quelle leggi destinate a provocare, dal 1943 in poi, gli assassinii di migliaia di esseri umani.






