Medici nella storia di Lucca fino agli anni del Risorgimento
Roberto Pizzi.
Da martedì 10 marzo è iniziata sulla Rai una fiction di sei puntate, dal titolo “Le libere donne”, ambientata nel manicomio di Maggiano (Lucca) durante la Seconda Guerra Mondiale, nella quale si narra, secondo l’interpretazione del regista Michele Soavi, la storia dello psichiatra e scrittore Mario Tobino. Il fascino dell’opera, già diffuso nella prima puntata trasmessa, sta attraendo sempre più l’opinione pubblica non solo locale. Nell’articolo già pubblicato su questa rivista l’8 marzo hoportato un modesto contributo storico su alcuni personaggi che operarono in quell’ospedale psichiatrico; ora intendo ampliare un filone di ricerca che interessi il lettore sulle figure di alcuni medici che nella nostra storia (non solo locale) seppero coniugare la loro professione con l’impegno civile, politico e sociale.
Medici che si distinsero per ardimento ed idealità, a partire da Simone Simoni, libero pensatore, costretto a riparare all’estero nel 1565, per le sue idee. Era nato a Lucca nel 1532, emigrò a Ginevra nel 1565, per motivi religiosi. La sua religiosità era però intrisa di valori morali laici e terreni. Nella città svizzera diventò professore ordinario alla cattedra di filosofia (e più tardi di medicina) connotandosi per lo stampo riformatore del suo pensiero. Era in possesso di una fiducia incrollabile nella scienza, vista come contributo allo sviluppo dell’uomo. La natura e le sue risorse avevano maggiore rilievo rispetto alla Grazia di Dio, ed in questo il pensiero di Simoni assomigliò a quello di Giordano Bruno, senza però arrivare agli eccessi del filosofo nolano. Tutti questi erano argomenti più che sufficienti per metterlo sotto il controllo delle autorità ginevrine che trovarono un pretesto per la sua espulsione dalla città. Si trasferì dapprima a Parigi, e poi ad Heidelberg, da dove fu cacciato, dopo aver già subito un’accusa di arianesimo. Fu quindi a Lipsia, e poi a Praga, nel 1581, dove diventò il medico di corte di Rodolfo Il d’Asburgo. Il suo spirito inquieto lo portò a riparare, infine, in Moravia, dove finì i suoi giorni, nel 1602.
Nel successivo secolo dei Lumi spicca la figura di Lazzaro Papi, che fu medico dallemolteplici esperienze, letterato e soldato dell’esercito coloniale inglese, in India alla fine del ‘700.
Nacque nel 1763 a Pontito, paesino nella valle del torrente Pescia e studiò a Lucca, acquisendo una buona cultura e sottraendosi alla carriera ecclesiastica voluta dalla famiglia, per dedicarsi alla medicina. Si trasferì dapprima a Napoli nel 1783, dove per un breve periodo “si dette al mestiere delle armi”, poi si dedicò alla chirurgia, prima nella stessa Lucca (1785) e quindi a Pisa (1786), dove frequentò le lezioni universitarie di Francesco Vaccà Berlinghieri.
Rimasto vedovo dopo un breve matrimonio, nel 1792 emigrò in India, giungendovi a bordo della nave mercantile, Ferdinando III, nella quale era stato ingaggiato con la carica di chirurgo.
Approdò a Calcutta dopo più di un anno. Si trasferì, poi, sulla costa del Malabar e lì ebbe modo di curare il rajà che aveva un dito quasi in cancrena. L’esito felice di tali cure gli valse la possibilità di entrare nell’esercito coloniale inglese e il 5 giugno 1794 fu nominato capitano al comando delle due compagnie di Ragiaput. Sperimentò sui soldati indiani l’inoculazione del vaiolo, incoraggiato dal governatore inglese che ordinò di praticarla sui figli degli stessi militari.
Lazzaro Papi aveva già mostrato il suo impegno umanistico scagliandosi contro l’uso indiano di immolare la vedova sulla pira del marito (sati), e contro la barbara usanza di certe caste che lasciavano morire di fame le femmine neonate, per non dovere affrontare le future spese per maritarle. Tornato a Lucca all’inizio dell’800, vi rimase fino alla morte (1834), arricchito da profonde esperienze e con un notevole bagaglio culturale nel campo della letteratura antica e moderna, particolarmente in quella inglese. Lasciò testimonianza dei suoi studi con prose e versi di vario genere, ma soprattutto con la traduzione de “Il Paradiso perduto”, opera dell’umanista inglese John Milton in qualche modo ricollegabile a Lucca per la sua amicizia fraterna con Carlo Diodati, per i suoi rapporti con lo zio di quest’ultimo, il teologo calvinista Giovanni Diodati, per la visita alla nostra città, nel 1639, durante quel “viaggio in Italia” tipico di ogni buon intellettuale di allora. Tradusse anche dall’inglese The art of preserving health di John Armstrong (Igèa ovvero l’arte di conservare la salute, Lucca, 1806) e nel 1812, sempre a Lucca dette alle stampe, tradottodal greco, il Manuale di Epitteto, precedendo addirittura la prima versione italiana che, invece, viene ascritta da tutti i manuali al grande scrittore Giacomo Leopardi, nel 1825. Oltre a tali opere, di valore letterario spiccano anche Le Lettere sulle Indie Orientali ed i Commentari della Rivoluzione francese, della quale si evidenziano gli effetti benefici sulla società contemporanea. Finisce la sua esistenza in una sorta di “regressus ad uterum” , coltivando come il “Candido” di Voltaire il proprio orticello: collaborerà col governo restauratore dei Borboni, diventando bibliotecario di corte, segretario dell’accademia degli Oscuri e redattore della Gazzetta di Lucca.
Un’altra figura da ricordare è quella di Luigi Torello Pacini, nato a Lucca nel 1784. Divenne medico di buona fama ed insegnò anatomia nel Liceo Universitario. Fu anche il chirurgo ufficiale della famiglia di Carlo Ludovico di Borbone (il Duca di Lucca), e poi professore nell’Università di Pisa. Nel 1843 fece parte, come segretario, della deputazione che accolse il V Congresso degli Scienziati italiani, svoltosi a Lucca; insieme al professor Giovanni Barsotti si fece promotore dell’istituzione di un Gabinetto scientifico letterario nella nostra città. La sua attività giornalistica iniziò con il Giornale privilegiato di Lucca, per poi proseguire con la collaborazione all’ Amico del Popolo e, successivamente, al giornale democratico L’Impavido. Insieme al marchese Mazzarosa e a Luigi Fornaciari sostenne la battaglia per l’introduzione a Lucca degli Asili aportiani. L’opposizione all’opera dell’ Aporti fu superata grazie ad Antonio Mazzarosa, direttore della pubblica istruzione, che convinse Carlo Lodovico a firmare il “motuproprio” del 4 febbraio 1840, con il quale si autorizzava l’introduzione degli asili infantili anche nella nostra città. Ma fondamentale si rilevò l’azione di Pacini, il quale, dalle colonne dell’ Amico del Popolo, sosteneva la necessità dell’educazione dei fanciulli delle umili famiglie, in molti casi “figli di padri viziosi, dediti alla bettola e al gioco che tornano a casa ubriachi e imbestialiti”. Individuati gli avversari dell’ istruzione popolare in due categorie: coloro che sono ossessionati dalla paura di perdere il predominio sulle classi inferiori e quelli che erano “nemici per elezione e per sistema di ogni idea progressiva” (fra questi, i gesuiti, additati anche dal Gioberti come i più fieri oppositori alla conciliazione tra religione e riforme), Luigi Pacini e il giornale a cui collaborava sostenevano l’idea che al popolo si fosse aperta la via di un progresso ormai inarrestabile. Per il suo generoso entusiasmo nel promuovere l’educazione dei fanciulli, Pacini fu addirittura immortalato in un’ode di Francesco Carrara e vide riconosciuto il suo sforzo, infine, con la nomina a primo presidente della società degli Asili Infantili a Lucca.




