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Mazziniani in azione: il lucchese Tito Strocchi

Roberto Pizzi.

Dopo l’unità d’Italia si distingue nel panorama laico-risorgimentale lucchese la  figura di Tito Strocchi  (1846 – 1879),  che fu partecipe dei moti insurrezionali  del giugno 1870. Nato a Lucca il 26 giugno 1846, da genitori romagnoli, lo Strocchi si era laureato in  Legge a Pisa, alla fine del 1866, dopo una prima rinuncia all’esame di laurea, per combattere da volontario nella III Guerra d’Indipendenza. Più portato per la letteratura e la politica,  scrisse poesie, lavori teatrali e prose ed ebbe un’intensa attività giornalistica, fondando a Lucca “Il Serchio” e dirigendo, insieme a OdoardoLuti, a Viareggio, il settimanale Il Popolo toscano, foglio per la democrazia toscana”, ispirato ad un  mazzinianesimo radicale che pur non spingendosi a mettere in discussione il principio della tutela della proprietà privata, auspicava profonde riforme sociali volte a porre nelle “stesse mani capitale e lavoro, ed elevare il salariato alla condizione di socio”. Strocchi collaborò poi ad altri giornali nazionali  e nel 1873 venne chiamato a dirigere il “Corriere della Provincia di Massa”. La sua vita fu breve ma intensa, vissuta senza risparmio, con una grande carica  ideale. Combatté coraggiosamente con Garibaldi a Bagnorea e a Mentana e nel 1871, ancora a suo fianco, dalla parte dei Francesi, contro i Prussiani, meritandosi sul campo (a Digione) la promozione ad ufficiale. Mazzini lo riteneva uno dei suoi uomini migliori e più fedeli, anche per il suo impegno nelle varie trame  sovversive,  fra le quali  i moti insurrezionali lucchesi del giugno 1870, sventati dalle autorità e puniti con il carcere. Moti sviluppatisi in tutta Italia, che a Pavia videro la partecipazione del caporale lucchese Pietro Barsanti, fucilato il 27 agosto 1870 a Milano,  nel Castello Sforzesco. 

Strocchi esercitò la professione di avvocato a Massa, Pietrasanta e Bologna, dove entrò in contatto col Carducci. Affiliato alla Massoneria, cercò di indirizzarla ad un migliore impegno a favore della causa repubblicana. Quando Giuseppe Mazzoni, già triumviro con Montanelli e Guerrazzi del governo toscano del 1849,  ascese al vertice del Grande Oriente d’Italia (come Reggente nel settembre 1870, poi Gran Maestro effettivo nel gennaio 1871),  si crearono le condizioni per la ripresa del dialogo fra l’organo centrale della Massoneria italiana e vari nuclei dissidenti, sparsi per la penisola. In un paio di anni si arrivò alla quasi completa unificazione della Massoneria, che venne sancita da un’ assemblea costituente in Roma, nell’aprile del 1872. Fra i vari delegati che discussero  per cinque giorni, sui temi proposti dalle varie logge, vi fu anche Tito Strocchi, il quale animò ancora di più l’assemblea intervenendo su un tema delicato, intorno al quale da tempo si discuteva nell’ambito libero muratorio, ossia, il ruolo politico che avrebbe dovuto svolgere tale istituzione. Strocchi intervenne in modo esplicito, proponendo che essa venisse dichiarata “associazione repubblicana”, costringendo persino Federico Campanella (anch’egli fervente repubblicano e fedele mazziniano, il quale era stato insieme a Mazzoni l’artefice di questo processo di unificazione) a richiamarlo all’ordine per non pregiudicare i faticosi equilibri che stavano per essere raggiunti in tale consesso. Confermano e continuano l’impostazione del personaggio lucchese, espressa pubblicamente nella costituente romana, alcuni articoli del foglio lucchese “Il Serchio”, dell’agosto e del novembre 1870,  senz’altro da lui ispirati, nei quali si criticava la regola della Massoneria  di non parlare durante i lavori esoterici “né di politica, né di religione” , che impediva una più marcata connotazione repubblicana della stessa. In uno di questi articoli  si polemizzava, inoltre, con il dott. Tommaso Paoli, uno dei fondatori della loggia “Burlamacchi”,  a testimonianza di un malessere esistente fra i massoni lucchesi che era già sfociato, come detto sopra, nel 1866, nella fondazione della seconda loggia lucchese, “La Balilla”, schierata politicamente per una Sinistra legalitaria da mandare al governo. Proprio in quel periodo, anche la nuova loggia “Balilla”sarebbe entrata in fibrillazione, sempre per opera dello Strocchi, il quale,  giudicandola  asservita all’Oriente fiorentino, ormai “monarchico”, favoriva una scissione nella stessa e fondava una nuova loggia, la “Felice Orsini” di Viareggio, che veniva affidata al Supremo Consiglio di Palermo, di orientamento repubblicano.

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