Mazziniani in azione: Enrico Andreini e la Persia
Roberto Pizzi.
Una acuta studiosa del Risorgimento e della Storia Contemporanea, Anna Maria Isastia, ha scritto che Giuseppe Mazzini già nel 1849 invitava i democratici a non aderire acriticamente agli appelli per la pace, perché ciò avrebbe significato la conservazione dello status quo e il fallimento di ogni progetto politico di riforma e di miglioramento sociale. Mazzini sosteneva che la pace non era possibile senza la libertà e la giustizia e pensava che sarebbero nati pericolosi equivoci se i repubblicani avessero mobilitato i popoli soltanto sulla parola d’ordine della pace. Impegno primario doveva essere, invece, quello di rovesciare le dinastie reazionarie e di abbattere le tirannie.L’Europa aveva bisogno di “un’ultima, grande, santa crociata” per affermare i principi di libertà, giustizia e pace, e l’ultima sua creazione, l’Alleanza Repubblicana Universale, aveva un programma incompatibile con quello pacifista. Nel 1866 all’indomani della III guerra di Indipendenza, tramite questa organizzazione si cercò di mettere in piedi delle bande armate o di provocare ammutinamenti di militari: tutte iniziative che però fallirono. Si avvicinava la fine della vita di Mazzini (10 marzo 1872) ed anche quella dell’insurrezionalismo repubblicano. Anche la storia dei fermenti risorgimentali della Lucchesia si spengeva nell’esilio in Persia di Enrico Andreini che lumeggeremo in questo articolo, per poi seguitare in altre puntate col ricordo di altri personaggi generosi quali: Luigi Ghilardi, il caporale Pietro Barsanti di Gioviano, Giuseppe Pieri, Tito Strocchi. Nella nostra Penisola, nel biennio 1853-54 avvennero vari tentativi insurrezionali. Nel febbraio del 1853 si assisteva a Milano ai cosiddetti moti dei “Barabba”, finiti tragicamente. Poi seguirono quelli nel Carrarese, nella Lunigiana, nel Cadore, nella Valtellina. Nella primavera del 1854 Felice Orsini (Meldola, Forlì, 1819 – Parigi 1858) organizzò una spedizione che, partita da Genova su due navigli, doveva riunirsi allo sbocco della Magra, scendere a terra e indurre la popolazione a sollevarsi. Orsini ed i suoi compagni riuscirono a stento a sfuggire alla cattura e imbarcarsi per Marsiglia. Fra questi rivoltosi compare anche il nome del lucchese Enrico Andreini, il quale espatriò, trovando rifugio nel 1857 nell’attuale Iran non ancora governato dagli ayatollah dei nostri tempi. In lui già da tempo erano maturate idee sovversive che provocarono, nel 1853, la sua espulsione per insubordinazione dall’esercito toscano. Il nostro personaggio era nato il 25 settembre 1828, a Cerasomma nella campagna distante pochi chilometri da Lucca. Nel censimento del 1807 la sua famiglia risultava residente dentro le mura cittadine, nella parrocchia di S. Maria Forisportam. Antonio, il padre di Enrico, aveva lavorato presso le suore di San Michelettoin qualità di servente, poi era stato assunto alle dogane di Lucca e “destinato alla frontiera orientale del Ducato, alla dogana di I classe in località Turchetto di Montecarlo” in qualità di doganiere, dove conoscerà Maria Chiara Mini che sposerà il 22 maggio del 1822. Il regolamento riguardante i doganieri prevedeva che gli stessi fossero spostati di sede ogni due anni, quindi Antonio venne destinato alla dogana di Cerasomma e qui nasceranno tre figli, fra i quali Enrico, il futuro “Khan” (come veniva ricordato), titolo onorifico guadagnato in Persia, che veniva attribuito ad amministratori, militari e leader tribali, che godevano della fiducia dello Scià. Andreini era stato reclutato nell’Armata persiana, con il grado di capitano, divenendo istruttore della fanteria. In quegli anni la Persia stava tentando di riorganizzare il suo apparato militare seguendo criteri occidentali. Per questo motivo accoglieva soldati esperti e ufficiali europei con molta generosità, offrendo loro ottimi trattamenti economici e prospettive di carriera allettanti.
Abile, colto e desideroso di distinguersi fra i tanti europei allora al servizio della Scià, il soldato lucchese riuscì, presto, a imparare la lingua persiana mostrandosi particolarmente attento e rispettoso degli usi e della mentalità del paese che lo aveva accolto. Alla fine del 1871, allora colonnello, desideroso di rendersi utile all’Italia, offrì al ministro degli Esteri, Visconti Venosta, i suoi servizi come corrispondente dalla Persia. Con questa proposta l’ufficiale intendeva aiutare il governo del suo paese natale ad aprire con questo stato orientale un dialogo costruttivo di carattere commerciale, in prospettiva anche dell’insediamento, a Teheran, di una rappresentanza diplomatica italiana. Nel 1872, raggiunse il vertice della carriera, guadagnandosi i gradi di generale. Era diventato un esperto di politica mediorientale e molto apprezzate furono le sue analisi su “the Great Game”, ossia il conflitto fra Gran Bretagna e Russia per la supremazia nell’Asia Centrale (1813-1907). Scrisse importanti rapporti sull’organizzazione militare persiana, inoltrati al Ministero degli Esteri italiano (maggio del 1875), in particolare inviando informazioni sulla disputa, allora in atto, fra la Russia e l’Inghilterra in merito alla situazione Afghana. Al centro della sua attenzione restava, comunque la Persia, della quale forniva molte informazioni ed accurati furono anche i suoi rapporti sulla situazione tragica dell’Azerbaigian invasa dai curdi con la complicità della Turchia e sulle devastazioni di quel paese (novembre 1880).
Non fu soltanto un soldato ma anche uno studioso di scienze naturali e un appassionato collezionista di molti reperti, poi devoluti al museo di Torino. Per l’influenza e l’autorità acquisita in Persia e per la sua collaborazione col governo italiano, nel settembre del 1886 ricevette a Roma le insegne di Grande ufficiale della corona d’Italia.
Venne descritto come “un bell’uomo, alto di statura e molto affabile”, con una moglie molto gentile ed una giovane figlia, che abitava in una villa nel mezzo di un suggestivo parco, dove era trattato come un principe. Andreini morì in Persia nel 1895 (altre fonti riportano la data alla fine del 1894) e fu sepolto nel cimitero cattolico di Doulab a Teheran. Il suo nome è citato nell’Enciclopedia Iranica (New York).


