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Mario Luzi a Siena, ricordi di incontri che hanno segnato Siena

Pierluigi Piccini.

Ci sono persone che lasciano un segno profondo non tanto per ciò che rappresentano ufficialmente, quanto per la loro capacità di essere presenti nei momenti decisivi. Mario Luzi è stato questo per Siena e per chi ha avuto la fortuna di incontrarlo: una presenza intellettuale capace di trasformare ogni conversazione in una fonte inesauribile di spunti e curiosità.

Il primo incontro risale alla notte dei tempi, a Corsignano, quando ero ancora un giovane studente. Ma quello che resta impresso con maggiore forza è un altro momento, quello in cui Siena si trovò sotto attacco per il suo Palio. Gli assalti contro la corsa – quelli che ciclicamente tornano, incapaci di comprendere la complessità storica e antropologica di una tradizione – avevano raggiunto un’intensità particolare. Insieme al direttore del Corriere di Siena, Stefano Bisi, decidemmo di rivolgerci a Luzi.

Non poteva che essere un incontro interessante, e tale fu. Dal momento in cui varcammo la soglia della sua casa fino al salotto dove ci accolse dichiarandosi “ben lieto di aiutare Siena”, passammo attraverso un corridoio strettissimo, delimitato da centinaia di libri. Era come attraversare fisicamente la sua biblioteca interiore, quel sapere stratificato che rendeva ogni sua parola densa di riferimenti e risonanze. In quel breve tragitto c’era già tutto: l’amore per la cultura come spazio di vita, non come arredamento, e la disponibilità generosa verso una città che sentiva propria.

Quella disponibilità ad aiutare Siena nel momento dell’attacco al Palio non era occasionale. Era la naturale conseguenza di un modo di intendere la cultura non come torre d’avorio, ma come impegno verso le comunità e le loro tradizioni viventi. Luzi aveva compreso ciò che molti critici superficiali non afferrano: che il Palio non è folklore, ma espressione di una forma di vita collettiva, un’opera d’arte totale che coinvolge una città intera nella sua complessità storica, sociale, emotiva.

L’ultimo incontro fu a Parigi, in occasione di una giornata dedicata alla cultura italiana e ai libri. Anche lì, la stessa capacità di aprire prospettive, di trasformare un evento formale in uno scambio intellettuale autentico.

Ora, a vent’anni dalla sua scomparsa, il Gabinetto Vieusseux ci offre l’opportunità di entrare letteralmente nell’officina creativa del poeta attraverso la mostra “Nel bagaglio di Mario… Gli scartafacci luziani”, che espone i taccuini e i quaderni su cui Luzi instancabilmente scriveva, riscriveva e ripensava i propri testi. Come ha dichiarato Riccardo Nencini, presidente del Vieusseux che ebbe modo di conoscere bene Luzi, si tratta di svelare il processo creativo lungo e tortuoso che portava dalle prime stesure alla pubblicazione, testimoniando non solo il Luzi-scrittore ma anche il Luzi-uomo, aperto al mondo, con le sue passioni, i suoi ideali, il suo impegno civile.

Ogni volta che ho avuto la fortuna di parlare con Luzi ne sono uscito carico – è questa la parola giusta – carico di spunti di lavoro e di curiosità. Non era un trasferimento di nozioni, ma un’apertura di mondi. La sua era una generosità intellettuale rara, quella di chi non si limita a rispondere ma rilancia, suggerisce, indica strade che non avresti visto da solo.

Il corridoio stretto tra le centinaia di libri resta un’immagine emblematica: per arrivare al cuore della sua disponibilità bisognava attraversare quel sapere, non come ostacolo ma come passaggio necessario. E chi lo attraversava ne usciva, inevitabilmente, trasformato.

nella foto Pierluigi Piccini

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