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L’ombra di Epstein su “re” Barak, soldi sporchi e startup cyber

Ariel Piccini Warschauer.

Mentre Israele combatte su più fronti per la propria sopravvivenza, un altro fronte, più oscuro e sotterraneo, torna a scuotere i palazzi del potere di Tel Aviv. È il fronte che porta il nome di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo morto in cella, e che vede come protagonista l’ex Primo Ministro e simbolo della sinistra “liberal” israeliana, Ehud Barak.

Le ultime rivelazioni non sono solo imbarazzanti; sono un atto d’accusa politico e morale che squarcia il velo su anni di “consulenze” milionarie e investimenti schermati.

Il socio occulto dietro la cybersecurity

Non è più un mistero, ma una certezza documentale: i soldi di Epstein hanno alimentato il motore del successo imprenditoriale di Barak. Al centro dello scandalo c’è Carbyne (un tempo Reporty), la startup di sicurezza d’emergenza che prometteva di rivoluzionare i soccorsi.

Dietro i milioni investiti da Barak nella società, si celava l’ombra di Epstein. Attraverso la partnership Sum (E.B.) 2015, il predatore sessuale di New York ha iniettato capitale fresco affinché l’ex Premier potesse giocare il ruolo del grande investitore tecnologico. Ma non finisce qui. Documenti recenti mostrano un Epstein in veste di “architetto finanziario”, che correggeva bilanci, visionava dossier riservati su droni solari e apriva le porte della Silicon Valley ai progetti di Barak.

Dal gas alle “bielorusse”: un’etica al tramonto

Ciò che emerge è il ritratto di un rapporto simbiotico. Barak non era un ospite occasionale nella villa di Manhattan – dove veniva fotografato col volto coperto da una sciarpa – ma un partner d’affari che discuteva di gas naturale, petrolio e algoritmi con un uomo già condannato per adescamento di minori.

E tornano a galla, come un fantasma dal passato, le parole pronunciate anni fa e rilanciate da Amit Segal: quel disprezzo verso gli ebrei orientali (i “Frank”) contrapposto al cinico calcolo di importare “belle bielorusse” dall’Est per migliorare la qualità demografica dello Stato. Una visione che, unita ai soldi “facili” della Wexner Foundation – 2,3 milioni di dollari per consulenze mai chiarite – disegna un profilo di spregiudicatezza che Israele fatica a perdonare.

Un castello di carte che crolla

Oggi Ehud Barak, che per anni ha guidato le proteste contro il governo di Bibi Netanyahu in nome della “moralità” e della “democrazia”, si ritrova nudo davanti all’opinione pubblica. Le sue società di cybersecurity, da Paragon a Toka, continuano a operare nei gangli della sicurezza globale, ma la macchia indelebile dei “Black Files” di Epstein non svanisce.

Il paradosso è servito: l’uomo che voleva salvare Israele da se stessa ha costruito il suo secondo atto politico e finanziario sulle fondamenta di un impero costruito sul ricatto e sul fango. Per Barak, il tempo delle spiegazioni evasive è finito. Per Israele, resta l’amarezza di un mito che ha preferito l’oro di un predatore alla dignità del suo incarico.

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