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L’ombra del Mossad su Teheran, il colpo al cuore dello spionaggio iraniano

Ariel Piccini Warschauer.

La guerra delle ombre è uscita definitivamente dai bunker per farsi fiammata accecante nel cielo di Teheran. Non è più solo una questione di sabotaggi informatici o di droni kamikaze contro le basi dei pasdaran. Stavolta Israele ha puntato al vertice, al custode dei segreti del regime: Esmaeil Khatib. Se le indiscrezioni raccolte dal Jerusalem Post troveranno conferma nei corridoi della clinica dei Pasdaran, ci troveremmo di fronte al colpo più audace dall’eliminazione di Qassem Soleimani.

Il bersaglio: l’uomo che sapeva tutto

Khatib non è un generale qualunque. Come Ministro dell’Intelligence (MOIS), è il terminale di una rete che lega la repressione interna al coordinamento delle milizie per procura in tutto il Medio Oriente. Colpirlo significa decapitare la “mente” operativa che gestisce i dossier più scottanti, dalla sorveglianza dei dissidenti alle rotte delle armi verso Hezbollah.

Secondo le fonti mediorientali, l’attacco si inserisce nella massiccia “Operazione Roaring Lion”, un’offensiva che sta dimostrando una falla sistemica nella sicurezza iraniana: il Mossad e l’IDF sembrano muoversi tra le strade di Teheran con una precisione chirurgica, quasi avessero le chiavi dei palazzi del potere.

La dinamica: un raid tra i silenzi di regime

Le notizie filtrano con la lentezza tipica delle ore post-trauma. Iran International, l’emittente che spesso anticipa i cedimenti del sistema khomeinista, parla di un attacco mirato, ma il destino di Khatib resta avvolto nel fumo delle esplosioni. In questi casi, il silenzio di Teheran è un indicatore di crisi: quando la propaganda non riesce a mostrare immediatamente il leader incolume, significa che il colpo è andato a segno o che il caos regna sovrano.

Dal punto di vista militare, l’operazione segue uno schema consolidato con l’individuazione del bersaglio in un luogo vulnerabile. L’impiego di munizionamento a guida laser o droni stealth in grado di penetrare lo scudo contraereo della capitale. Il Messaggio politico è chiaro: Dimostrare che nessuno, nemmeno il capo delle spie, è al sicuro.

Lo scenario: l’escalation finale?

Se Khatib è davvero uscito di scena, la reazione dell’Iran non potrà limitarsi ai soliti lanci di missili balistici coreografici. Colpire il capo dell’intelligence è una dichiarazione di guerra totale all’apparato di sicurezza. Per il governo di Gerusalemme, è la scommessa più alta: neutralizzare la minaccia prima che il “cerchio di fuoco” iraniano si stringa troppo attorno ai confini dello Stato ebraico.

Restano le macerie a Teheran e una domanda che agita le cancellerie mondiali: fino a che punto la nuova Guida Suprema, il figlio di Ali Khamenei può incassare colpi così devastanti senza innescare il conflitto totale?

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