L’ombra del fungo atomico sul nuovo ordine mondiale
Ariel Piccini Warschauer.
Il mondo si è svegliato più fragile, orfano di quell’ultimo sottile filo di seta che, per decenni, ha tenuto a bada il mostro atomico. A soli cinque giorni dalla scadenza naturale del New START – l’ultimo trattato sul controllo degli armamenti nucleari tra Stati Uniti e Russia – il New York Times lancia un allarme che gela le cancellerie europee e scuote le coscienze: la Casa Bianca starebbe valutando non solo l’ampliamento del proprio arsenale, ma persino la ripresa dei test nucleari sotterranei.
Sarebbe un salto all’indietro di quarant’anni, un ritorno ai tempi cupi della Guerra Fredda, quando il “bottone” non era solo un’iperbole retorica ma un’angoscia quotidiana.
La fine dei limiti
Secondo le indiscrezioni raccolte dal quotidiano statunitense, l’amministrazione guidata da Donald Trump starebbe attivamente esplorando opzioni per rafforzare la deterrenza. Tra queste, spicca la riattivazione dei tubi di lancio sui sottomarini di classe Ohio e lo schieramento di nuove testate nei silos e sui bombardieri strategici. Misure che annullerebbero decenni di diplomazia paziente e faticosa, quella “politica dei piccoli passi” che aveva portato a una riduzione costante delle armi più letali mai concepite dall’uomo.
Il dato storico: Se Trump decidesse di procedere, diventerebbe il primo presidente dai tempi di Ronald Reagan ad aumentare numericamente il potenziale atomico americano, interrompendo una moratoria sui test che durava dal lontano 1992.
La parità del terrore
La motivazione ufficiale risiede nella ricerca di una “parità” con i giganti asiatico e russo. Trump lo aveva già accennato lo scorso anno: gli Stati Uniti non possono restare a guardare mentre Pechino modernizza il proprio arsenale e Mosca agita lo spauracchio atomico nel conflitto ucraino. Ma la corsa al riarmo, come la storia insegna, non produce mai sicurezza, solo un equilibrio del terrore più instabile e costoso.
Un bivio etico
Per chi guarda al disarmo non come a un’utopia, ma come a un imperativo morale, questa “tentazione” rappresenta una sconfitta per l’umanità intera. La fine del New START non è solo la scadenza di un contratto tecnico; è il crollo di un’architettura di fiducia. Senza ispezioni reciproche, senza tetti massimi (fissati finora a 1.550 testate dispiegate), il sospetto diventa la regola e l’errore di calcolo il rischio supremo.
In un’epoca in cui le sfide globali – dalla crisi climatica alle disuguaglianze – richiederebbero risorse e cooperazione, il mondo sceglie di investire nuovamente nella propria distruzione. La Chiesa, con la voce di Papa Francesco, lo ha ribadito più volte: il possesso stesso delle armi atomiche è immorale. Oggi, quella moralità sembra essere diventata un lusso che le grandi potenze non credono più di potersi permettere.






