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L’ombra dei quattromila chilometri, se l’Iran vede le capitali europee

Ariel Piccini Warschauer.

Il salto di qualità non è più solo una proiezione d’intelligence o un’ipotesi dei think tank di Washington. Se le conferme sul lancio verso la base di Diego Garcia dovessero trovare riscontro definitivo nei tracciati radar, la geografia della minaccia mediorientale sarebbe ufficialmente riscritta. Il messaggio dell’IDF, l’esercito israeliano, non è rivolto solo alla sicurezza interna di Israele, ma punta dritto alle cancellerie di Berlino, Parigi e soprattutto Roma.

Per anni, Teheran ha giocato una partita diplomatica sulla gittata. Il limite dei 2.000 chilometri era una sorta di “recinto politico”: abbastanza per colpire Israele e le basi USA nel Golfo, ma ufficialmente sotto la soglia per non allarmare troppo l’Europa continentale che cinicamente non si preoccupava dei rischi corsi dai soldati di Washington o Tel Aviv.

L’attacco contro l’atollo nell’Oceano Indiano rompe questo schema. Coprire una distanza di 4.000 chilometri significa che l’Iran ha finalizzato tecnologie sui motori a propellente solido o ha ottimizzato il peso delle testate per guadagnare gittata. In termini cartografici, se tracciamo un cerchio partendo dai siti di lancio di Tabriz o Isfahan, il raggio d’azione ora “bacia” il cuore dell’Unione Europea, e in questo caso, i primi a doversene preoccupare sono proprio gli italiani.

Ma perché colpire Diego Garcia? È una scelta simbolica e tecnica.

È la prova di forza necessaria per dimostrare che il regime può colpire obiettivi sensibili lontano dai suoi confini. Ed è un segnale agli USA: Colpire il “molo” strategico degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico significa dire a Washington che nessun avamposto è più un porto sicuro.

Il generale Eyal Zamir, capo dell’IDF, solleva un velo su una realtà che i servizi segreti occidentali monitorano da tempo: l’ibridazione tra il programma missilistico e quello spaziale. I vettori utilizzati per mettere in orbita satelliti sono i fratelli maggiori dei missili intercontinentali pronti a colpire i Paesi occidentali. 

Per l’Europa, il rischio è duplice. Non c’è solo la minaccia balistica convenzionale, ma anche la pressione politica che ne deriva. Un’Europa sotto tiro è un’Europa più cauta nelle sanzioni e più vulnerabile ai ricatti energetici o geopolitici. Roma e Parigi, finora percepite come la “periferia” del raggio d’azione iraniano, si ritrovano ora in prima linea ma politicamente e militarmente deboli. 

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